Archive for Marzo, 2008

5 - 6 aprile 2008

@ Teatro Petrella - Longiano (RN)
http://www.teatropetrella.it

in collaborazione con REACT!
RESIDENZE ARTISTICHE CREATIVE TRANSDISCIPLINARI
progetto condiviso da: L’arboreto - Teatro Dimora di Mondaino / Santarcangelo dei Teatri / Teatro Petrella di Longiano
http://www.reactonline.it

PROGRAMMA:
05 aprile 2008 h. 20.00

Primo studio_concerto per voci e musiche sintetiche (Santasangre)
Incontro con Marco De Marinis, Piergiorgio Giacchè e Silvia Bottiroli attorno ai temi fondativi di Aksè crono 2008
Wunderkammer (Città di Ebla)

06 aprile 2008 h.18.00
(a+b)3 (Muta Imago)
Incontro con Marco De Marinis, Piergiorgio Giacchè e Silvia Bottiroli attorno ai temi fondativi di Aksè crono 2008
Namoro (gruppo nanou)

{Discussione sull’atto creativo, sospensione del tempo produttivo, condivisione dello spazio di lavoro. Salvaguardia dell’identità artistica e contemporanea creazione di un tessuto connettivo.}
Incontro con Marco De Marinis, Piergiorgio Giacchè e Silvia Bottiroli attorno ai temi fondativi di Aksè crono 2008

A.K.S.è: contrazione di AgoràKajSkenè. In emiliano-romagnolo significa Così.
Una Agorà intesa come origine delle arti dello spettacolo e ricalibrata nell’oggi come volano di pensieri.
Un’esigenza di fondo pare presiedere Aksè: condividere un percorso. Non si tratta di vicinanze poetiche né di affinità formali. Al contrario. Il dato comune emerso con evidenza da Aksè, è un’orgogliosa molteplicità: di pratiche sceniche, di immaginario, di strumenti performativi. […] Aksè trova la forza di ribadire la condivisione, la riflessione, la presa di coscienza come cammino da percorrere inesorabilmente insieme.

Lorenzo Donati da materiali di Aksè - Convivio 2006

AgoràKajSkenè: la piazza dove discutere la scena.

“UNO CHE CREA NON LAVORA PER IL SUO PIACERE. UNO CHE CREA FA SOLO CIO’ DI CUI HA ASSOLUTAMENTE BISOGNO” Gilles Deleuze

Ha senso discutere la scena fra artisti che adottano linguaggi diversi? Ci si può confrontare sull’atto creativo? E’ possibile condividere o dialogare in maniera allargata su una materia così epidermica? Soprattutto chi parla la propria lingua attraverso il palco non ha forse già lì speso le sue migliori parole e lanciato le sue migliori domande?

Aksè come Tessuto Connettivo

Fabbricare un tessuto connettivo, fra compagnie che non hanno una affinità poetica. Quindi non di “Manifesto” si parla o di corrente. Come cresce e si alimenta questo tessuto connettivo?
E se invece di intendere la “poetica” sul manifesto, si intendesse la “poetica” su una modalità di agire e di condividere? Allora, al di là delle forme, si potrebbe, come sta avvenendo, legarsi e condividere delle pratiche “politiche” e “metodologiche”.

Aksè come Tempo speso in un contesto di gruppo
Crono[tempo]: Spazio indefinito nel quale si verifica l’inarrestabile fluire degli eventi, dei fenomeni e delle esistenze, in una successione illimitata di istanti.

“Noi possiamo dimenticarci del tempo ma il tempo non si dimentica di noi” Rocco Ronchi

Possiamo dimenticarci del tempo produttivo?
Aksè propone di “isolarsi” per concentrarsi sul linguaggio. Quindi si decelera per accelerare. Stiamo ragionando in termini di lusso e di spreco. Non di “rendimento”.
Come afferma Michele Di Stefano, forse si parla di “resa” che sottintende anche l’arresa ad un fare.

Michele Di Stefano in Paolo Ruffini, Resti di scena – Edizioni Interculturali
“un termine che usiamo molto è quello di resa del corpo. un termine che ha una ambiguità intrinseca, nel senso di arrendersi a qualcosa e contemporaneamente lasciare qualcosa; ma anche un’ambiguità rispetto alla problematica della traduzione nella comunicazione danzata che, comunque, ha sempre a che fare con un rendimento, con una pratica. In realtà è proprio un cedere, un perdere, un lasciarsi allagare per perdere qualcosa, quella che io chiamo la fortezza.”

Michele Di Stefano, Timing in “Lo Straniero” n.73 – X Luglio 2006:
“E dunque questo teatro non può essere riconoscibile, dal momento che la figura è una pulsazione del tempo, l’azione un’attività di conoscenza e il ‘mestiere’ una tentazione che - nella sua saturazione occidentale e contemporanea – contiene la possibilità affascinante della resa. Arrendersi e perdere e evacuare; è possibile immaginare l’attività creativa della costruzione scenica come un gesto di fuga, la fine di qualcuno che ha lasciato molti indizi.”

secondo episodio

25 marzo / 08 aprile
@ L’Arboreto - Teatro Dimora di Mondaino

Laura Arlotti (fotografa)
Città di Ebla (teatro)
gruppo nanou (teatro e danza)
Lorenzo Donati (critico)
Lucia Oliva (critica)
Muta Imago (teatro)

A causa del tempo non sono stato ai patti {di Antonio Rinaldi}

Avrei preferito dirvele a voce queste parole che scrivo.
Me lo ha impedito il tempo, poco, stretto, lieve.

Vi ringrazio.

Ciò che ci siamo detti mi ha lasciato sicuramente una bellezza feroce che è quella del confronto e della scelta delle parole da usare per dire cose forse indicibili.
Le domande e le risposte cercano di delineare, di creare sicurezza, forse riparo.
Domandare e rispondere: rapporto necessario per la ricerca, per noi.
La sicurezza e il riparo: cose da tenere lontane per la ricerca, per noi.

Il tempo o crono.
Non possiedo nulla che possa essere detto, riferito o condiviso.
Nulla di sicuro, circoscritto, identificabile.
Posso dire, riferire, condividere (e così facendo mi contraddico) solo questa mancanza, criptica e incorporea.
Questo nulla.
Nulla, che in questo caso specifico significa la mancanza o l’atto d’andata o l’abbandono.
Il tempo o crono è il mio nulla.
Il tempo non come insieme identificabile che racchiude o che programma l’ordine delle cose, dei movimenti o degli incidenti.
Il tempo come fuoriuscita liquida da qualcosa, verso il fuori lontano.
Senza questo tempo non avrei nessuna necessità o desiderio di fare.
Senza questo tempo non farei ricerca solitaria e inesorabile.
Senza questo tempo non troverei motivo di guardare la luce o un corpo che si muove.

Idea. Distrutto. Lavoro.
Quelli che ho scritto sono concetti mentali, composti cercando di interpretare e di tradurre le mie idee, ciò che ho in testa.
Il lavoro pratico è distruzione dell’idea che lo concepisce, è un tiranno che si manifesta all’improvviso e con violenza, è forma che deflagra.
Creare forme, senza cercarle.
Partire da un’idea mentale o da qualcosa che travolge (anche fisicamente) e ricercare la sua vita, la sua sensazione, che si manifesterà in forma, come il pane o lo spettacolo per essere vista, mangiata.
L’idea scompare all’apparire della forma bambina che costringe l’occhio a guardare, e il fisico a reagire.
Dopodichè il lavoro non appartiene più a nessuno. La forma è autonoma di dichiararsi ed essere compresa.
Se ciò non avviene la ricerca non ha dato vita ad una forma compiuta, ma incompiuta e dipendente dall’autore, dalle sue parole e dalle sue presentazioni scritte o verbali.
A volte succede che l’autore non completi la forma perché esiste il desiderio che essa gli dipenda, e quindi gli appartenga ancora o per sempre.
Ingenuo.
L’artista o il creatore compie con la sua testa (divoratrice di forme e gestante di idee) e con il suo corpo (sensibile al mondo e a ciò che ha intorno) un atto.
Chi è vicino all’artista, un passante casuale o uno spettatore colto, vede l’atto e lo vive (il passante forse lo racconterà ad un suo conoscente, lo spettatore forse ne scriverà).
Questa è la genesi?
Sicuramente c’è un inizio legato al tempo del divenire a cui non si fa più caso e la corda si annoda e non scorre più, inciampa sulla teoria che a volte anticipa la forma, sulle formule, sui concetti, sul desiderio lontano dalla creazione, vicino alla sterilità.
La mia è una fede biologica, legata alla gestazione.
Il tempo sono otto mesi di placenta, di liquido che ti tiene in vita riempiendoti i polmoni.
Avviene la nascita, un corpo, una forma, un taglio che recide un legame fisico che si annulla.
Questa è la genesi?
Un bambino ti guarda e ti chiede cosa stai facendo.
Se non riesco a rispondergli sono lontano da me, sono sostanzialmente un morto.

Continuare anche dopo.
Agorà Kaj Skenè, come Marco ha chiamato questi incontri, intimi e rischiosi, e per questo necessari.
Spero che la piazza diventi sempre più grande e con tante (e troppe) voci.
Spero che la discussione non si fermi perché il punto non si trova.
Spero che la scena possa sempre essere messa in discussione.