Avrei preferito dirvele a voce queste parole che scrivo.
Me lo ha impedito il tempo, poco, stretto, lieve.
Vi ringrazio.
Ciò che ci siamo detti mi ha lasciato sicuramente una bellezza feroce che è quella del confronto e della scelta delle parole da usare per dire cose forse indicibili.
Le domande e le risposte cercano di delineare, di creare sicurezza, forse riparo.
Domandare e rispondere: rapporto necessario per la ricerca, per noi.
La sicurezza e il riparo: cose da tenere lontane per la ricerca, per noi.
Il tempo o crono.
Non possiedo nulla che possa essere detto, riferito o condiviso.
Nulla di sicuro, circoscritto, identificabile.
Posso dire, riferire, condividere (e così facendo mi contraddico) solo questa mancanza, criptica e incorporea.
Questo nulla.
Nulla, che in questo caso specifico significa la mancanza o l’atto d’andata o l’abbandono.
Il tempo o crono è il mio nulla.
Il tempo non come insieme identificabile che racchiude o che programma l’ordine delle cose, dei movimenti o degli incidenti.
Il tempo come fuoriuscita liquida da qualcosa, verso il fuori lontano.
Senza questo tempo non avrei nessuna necessità o desiderio di fare.
Senza questo tempo non farei ricerca solitaria e inesorabile.
Senza questo tempo non troverei motivo di guardare la luce o un corpo che si muove.
Idea. Distrutto. Lavoro.
Quelli che ho scritto sono concetti mentali, composti cercando di interpretare e di tradurre le mie idee, ciò che ho in testa.
Il lavoro pratico è distruzione dell’idea che lo concepisce, è un tiranno che si manifesta all’improvviso e con violenza, è forma che deflagra.
Creare forme, senza cercarle.
Partire da un’idea mentale o da qualcosa che travolge (anche fisicamente) e ricercare la sua vita, la sua sensazione, che si manifesterà in forma, come il pane o lo spettacolo per essere vista, mangiata.
L’idea scompare all’apparire della forma bambina che costringe l’occhio a guardare, e il fisico a reagire.
Dopodichè il lavoro non appartiene più a nessuno. La forma è autonoma di dichiararsi ed essere compresa.
Se ciò non avviene la ricerca non ha dato vita ad una forma compiuta, ma incompiuta e dipendente dall’autore, dalle sue parole e dalle sue presentazioni scritte o verbali.
A volte succede che l’autore non completi la forma perché esiste il desiderio che essa gli dipenda, e quindi gli appartenga ancora o per sempre.
Ingenuo.
L’artista o il creatore compie con la sua testa (divoratrice di forme e gestante di idee) e con il suo corpo (sensibile al mondo e a ciò che ha intorno) un atto.
Chi è vicino all’artista, un passante casuale o uno spettatore colto, vede l’atto e lo vive (il passante forse lo racconterà ad un suo conoscente, lo spettatore forse ne scriverà).
Questa è la genesi?
Sicuramente c’è un inizio legato al tempo del divenire a cui non si fa più caso e la corda si annoda e non scorre più, inciampa sulla teoria che a volte anticipa la forma, sulle formule, sui concetti, sul desiderio lontano dalla creazione, vicino alla sterilità.
La mia è una fede biologica, legata alla gestazione.
Il tempo sono otto mesi di placenta, di liquido che ti tiene in vita riempiendoti i polmoni.
Avviene la nascita, un corpo, una forma, un taglio che recide un legame fisico che si annulla.
Questa è la genesi?
Un bambino ti guarda e ti chiede cosa stai facendo.
Se non riesco a rispondergli sono lontano da me, sono sostanzialmente un morto.
Continuare anche dopo.
Agorà Kaj Skenè, come Marco ha chiamato questi incontri, intimi e rischiosi, e per questo necessari.
Spero che la piazza diventi sempre più grande e con tante (e troppe) voci.
Spero che la discussione non si fermi perché il punto non si trova.
Spero che la scena possa sempre essere messa in discussione.