17 Dicembre 2011

CON “ANTICAMERA” SI CHIUDE LA TRILOGIA DI MOTEL PROJECT. INCONTRO CON I GIOVANI COREOGRAFI DEL GRUPPO NANOU

Giulia Cabianca

[:it]Raymond Carver concludendo la presentazione dei suoi migliori racconti scrisse: “Se siamo fortunati, non importa se scrittori o lettori, finiremo l’ultimo paio di righe di un racconto e ce ne resteremo seduti un momento o due in silenzio… La temperatura del nostro corpo sarà salita, o scesa di un grado. Poi dopo avere ripreso a respirare regolarmente, ci alzeremo e passeremo alla nostra prossima occupazione: la vita. Sempre la vita”.
[:en] Raymond Carver in conclusion of the presentation of his best tales wrote: “ If we are lucky, it doesn’t matter if we are writers or readers, we will finish the last couple of lines of a tale and we will remain seated foro ne moment or two in silence. The temperature of our body will have raised or descended a degree. Once we start to breath again, we will stand up and think about our next worry: life. Always life.

Motel . Anticamera ph. Laura Arlotti

di Giulia Cabianca
http://giuliacabianca.wordpress.com

“Penso che sia il lieve distacco dal reale, che mi rituffa con maggior violenza nel reale stesso” (da F.Bacon)

“Anticamera”: letteralmente inizio, premessa, fase che precede il raggiungimento di qualcosa. In questa occasione, però essa funge da conclusione. Anticamera è infatti il titolo dell’ultimo episodio di Motel Project: trilogia di performance realizzata dal Gruppo Nanou composta da “tre stanze”, iniziata nel lontano 2008 e conclusasi quest’anno.
Mercoledì 14 Dicembre presso la Rassegna Fuoristrada del Comunale di Ferrara la compagnia ci ha offerto la possibilità di assistervi così da poterci finalmente rivelare -o no?- le risposte agli interrogativi che i primi due episodi avevano suscitato.
Prima della messa in scena, noi di Occhiaperti, abbiamo raggiunto il Gruppo Nanou per una breve intervista. Marco Valerio Amico, che con Rhuena Bracci è performer e ideatore del progetto, e Roberto Rettura, sound designer del gruppo, ci accolgono inun piccolo camerino: piccolo sì, ma non quanto la scatola bianca in cui la performer si muove durante lo spettacolo!

La performance infatti inizia sulle note di Song to the siren scritta da Tim Buckley e cantata da Elisabeth Fraser. “Sail to me, let me enfold you, here I am, waiting to hold you”. E come una sirena, sembra sia proprio quella scatola bianca e quadrata che chiama dentro di sè il corpo di Rhuena. La luce illumina i piedi di lei, che pian piano scivolano fin dentro quella stanza in miniatura. C’è una sedia, riferimento al primo episodio, e due bicchieri.

Ma andiamo con ordine. “Motel” ci dice Marco, “nasce dalla curiosità di vedere che succede posizionando un corpo in uno spazio e aggiungere degli indizi che connotano un habitat” . Nella prima stanza i due corpi girano attorno ad un tavolo, vi si siedono sopra e ci svaniscono sotto, l’atmosfera è al tempo stesso algida e retrò, da film muto, lo spettatore si aspetta che succeda di lì a poco qualcosa ma la tensione rimane. Marco e Rhuena sul palco si muovono suggerendo allo spettatore delle macerie di racconto, “come nei racconti di Carver, che iniziano quando l’evento scatenante è già avvenuto o sta per avvenire nell’immediato” ci delucida Marco. Nella seconda stanza, rossa con toni noir, la tensione presente nella prima si riversa in un fatto scabroso: un omicidio. I divani color porpora sono forse gli unici a sapere di preciso quanto è accaduto.

In Anticamera invece, all’interno della scatola la performer continuamente riordina, riassetta, si sposta, cambia addirittura gravità.

Gli occhi degli spettatori rimangono fissi all’interno di quei quattro lati bianchi.
“Si ha l’impressione di guardare lo spettacolo come attraverso la serratura di una porta, questo aumenta la possibilità d’immaginario piuttosto che descrivere una situazione contestualizzata. In Anticamera però, lo spettatore finisce per sbirciare in un’altra dimensione: surrealista, sfaccettata, quasi cubista”.

Traspare l’irrequietezza del non trovare una posizione stabile in un posticino così piccolo, come Alice di Lewis Carroll quand’è troppo grande per la casa del Bianconiglio. Dopo una prima identificazione con il corpo di lei, l’attenzione si sposta sui particolari. I bicchieri sono due e lei è sola ad accarezzare con nostalgia una sedia vuota. Sarà un’allusione all’omicidio della seconda stanza? E dov’è finito il “lui” della prima? Quale epilogo ci viene proposto?

“La soluzione a ciò che non è stato detto è avvenuta prima o dopo lo spettacolo, prima e dopo ogni movimento. L’obiettivo non è avere una continuità narrativa, bensì creare una sequenza di vuoti legati l’uno all’altro: la frammentazione che ne risulta si presenta in modo cinematografico. Come se lo spettacolo fosse una mostra di fotografie, tra uno scatto e l’altro c’è uno spazio di muro vuoto”.

Così sopraggiunge un uomo con il cilindro che chiude lentamente la scatola e ce ne fa prendere le distanze. Il Gruppo Nanou ha la capacità di costruire magistralmente la scena con le luci e il suono. Ha l’abilità di trasformare lo spazio di un palcoscenico con delle minime variazioni luminose studiate al dettaglio. La scatola diventa un tavolo e la mente passa alla domanda-archetipo: al curioso, primitivo e mai scontato “perché”? E si rimane in attesa come se stessero per rivelarci la chiave. Ma l’uomo con il cilindro indugia e finisce per prendere in giro lo spettatore che in fin dei conti si ritrova punto e a capo.
E’ esattamente il fine cui mira la compagnia: “Non si cerca l’emotività di tipo spielberghiano ma uno spaesamento individualistico aggiunto ad una spinta empatica. Non per lasciare ad ognuno una spiegazione personale ma per suggerirgli la risposta alla domanda. La soluzione c’è ed è ben chiara: Sai di cosa sto parlando appunto è una frase che appare nel secondo spettacolo.”

Con Marco e Roberto la conversazione spazia un po’ ovunque.
Come sei riuscito a giungere alla creazione di Motel?
C’erano già gli ingredienti per Motel nel primo spettacolo,Namoro. Con questo progetto ho metabolizzato il desiderio di riuscire ad afferrare un altrove, di cogliere e trasmettere la magia del piccolo mago ma cercando di rendere evidente il trucco. Con questo si chiude una parentesi ma nascerà sicuramente qualcosa di nuovo.

Com’è stato scelto l’arredamento nel terzo episodio?
Motel prende ispirazione dai fotografi Robert Frank e Gregory Crewdson e dal pittore Edward Hopper. Con “Anticamera” ci siamo però riappropriati dell’astratto da cui proveniamo, quindi l’habitat che viene messo in scena è geometrico o parziale.

Avete utilizzato il suono in presa diretta anche in Anticamera?
La presa diretta, cioè l’acquisizione e la riproduzione del suono contemporaneo all’azione dei performer, non è stata utilizzata nel terzo episodio. Ne abbiamo però fatto uso nei primi due episodi: amplifica la relazione tra suono, luce e azione dei performer. La microfonatura può “sottolineare o sottrarre delle azioni”. Così nascono i più grandi capolavori cinematografici. Nel terzo abbiamo preferito dare più importanza al brano come colonna sonora.
[vimeo]http://vimeo.com/25669665[/vimeo]
I video che circolano sul web rendono molto bene la vostra inclinazione cinematografica. Mentre create il lavoro avete già un occhio di riguardo al montaggio video?
No, ogni lavoro è pensato per una visione scenica. Giulia Fontanini ha collaborato ed ha tradotto lo spettacolo con il suo occhio personale, la videocamera. Allo stesso modo Laura Arlotti lo ha fatto con la macchina fotografica. Fotografia e video sono utili per mappare le linee d’azione che l’arte fotografica e cinematografica hanno avuto all’interno del progetto ma rimane sempre la loro visione personalissima creata post spettacolo.

Tu e Rhuena siete una coppia nella realtà, il lavoro sul palco svolge un ruolo di catarsi nella relazione reale? Insomma Aristotele aveva ragione?
Beh, se si deve creare qualcosa assieme, cosa che accade in qualsiasi lavoro, c’è uno scambio feroce e diretto con qualsiasi tipo di collaboratore. Lo stesso rapporto che ho con Rhuena nel gruppo l’ho con Roberto. Lo spettacolo non ammette difetti e l’obiettivo è definito e a scadenze, mentre una relazione può raggiungere un obiettivo, sempre se si può definire così, anche nell’arco di trent’anni. Un’altra differenza è che se un rapporto di coppia, lo dice la parola stessa, prevede due soggetti, uno spettacolo si fonda sulla collaborazione di varie persone: nel caso specifico Motel ha visto il contributo di ben 7 persone; in definitiva direi che le due cose sono ben distinte.

Avete portato Motel in città come Ravenna e Roma ma anche all’estero: a Bruxelles e Postdam. Differenze tra pubblico italiano e estero?
Certo, c’è differenza. Ricordo un incontro con il pubblico in Belgio, è stato utile e costruttivo: uno spettatore non condivideva la scelta del suono ed era rimasto a parlare, civilmente e anche animatamente, per esporre il suo punto di vista. Spesso nel Nord Europa accanto ai teatri vi sono piccoli ristorantini in cui ci si può fermare per creare un ambiente raccolto e scambiare impressioni ed idee. Ricordo nel ’98 a Berlino che un posto in platea costava 10 marchi, 9 mila lire, e nel ristorantino adiacente con 6 marchi si poteva mangiare un piatto unico…

Tra i giovani coreografi del panorama attuale scorgete delle linee costanti, come una sorta di corrente? In quale un punto nel panorama teatrale contemporaneo vi sentite? Con chi vi ritrovate di più?
Più che in una corrente mi ritrovo con ciò che apparentemente è diverso da me ma che ha una sostanza affine. Sicuramente c’è in comune lo sdoganamento dalla linearità del racconto. Non è più necessario partire da una formula predetta anzi si fanno propri degli elementi di altre arti. L’unica costante che rimane del teatro precedente è la frontalità. Cresce, invece, un’ibridazione nell’attitudine all’affrontare il lavoro, ad esempio utilizzare un sonoro cinematografico per una performance dal vivo. Poi ovviamente ci sono dei tentativi di assestamento continui.

Che ruolo ha l’uomo con il cappello?
Beh, questo non te lo posso dire. Lo vedrai nello spettacolo. Si inserisce in una dinamica compositiva-onirica che vuol trasmettere associazioni empatiche. Come sognare qualcuno riconoscendolo pur sapendo che nella realtà quella persona è fisiognomicamente diversa. Il sogno-spettacolo, acquista identità pur perdendone la riconoscibilità immediata.

Parrebbe quindi che l’epilogo della storia non si assuma come nozione nuova ma lo si ri-conosca come in un dejà-vu. Rimanendo qualche minuto attoniti, in quel “credo di aver capito” che sfugge dalla mente e dalle mani.
Alla fine della performance rimane sola e nuda la scatola vuota. Come un bianco ventre da cui ha inizio il tutto oppure come un portale attraverso il quale tutti passeremo o siamo passati.
Raymond Carver concludendo la presentazione dei suoi migliori racconti scrisse: “Se siamo fortunati, non importa se scrittori o lettori, finiremo l’ultimo paio di righe di un racconto e ce ne resteremo seduti un momento o due in silenzio… La temperatura del nostro corpo sarà salita, o scesa di un grado. Poi dopo avere ripreso a respirare regolarmente, ci alzeremo e passeremo alla nostra prossima occupazione: la vita. Sempre la vita”.

di Giulia Cabianca

Giulia Cabianca