Entriamo nello splendido giardino rinascimentale di Villa Imperiale a Pesaro quando il sole tramonta e l’azione scenica è in corso già da un’ora. “goldroom”, nel contesto di Hangartfest 2026, diretto da Antonio Cioffi, è il titolo dello spettacolo, secondo capitolo del progetto Overlook Hotel, ispirato all’immaginario di The Shining di Stanley Kubrick.

goldroom - Villa Imperiale, Hangartfest
Foto: Maurizio Cocci
È il lavoro della compagnia ravennate guidata da Marco Valerio Amico e Rhuena Bracci, un saggio visivo con Carolina Amoretti, Marina Bertoni, Rhuena Bracci, Andrea Dionisi, Agnese Gabrielli e Marco Maretti, che abbraccia lo spettatore attraverso una dimensione multisensoriale e una sensazionale architettura percettiva.
A terra, una lunga scia lucida attraversa le perfette geometrie del giardino roveresco e pare di essere sulla scacchiera di un grande gioco collettivo, dove ciascuno è pedina e giocatore allo stesso tempo. Si entra per muoversi, per spostarsi mentre l’azione è in corso, e subito ci si accorge di essere in una dimensione altra: non c’è un palcoscenico, rare e distribuite qua e là sono le sedie. Danzatori e pubblico respirano insieme la stessa luce che cambia; gli spettatori non stanno più soltanto a guardare, ma camminano e possono scegliere diversi punti di osservazione.

goldroom - Villa Imperiale, Hangartfest
Foto: Maurizio Cocci
Cambia la prospettiva, cambia la percezione delle cose, cambiano le emozioni: nulla di consueto, nulla di scontato. Siamo in un contesto alternativo che ci restituisce uno spettacolo da leggere come espressione evolutiva di una ricerca che attraversa circa sessant’anni, ultimo anello di una catena artistica sviluppatasi tra gli anni Sessanta e Ottanta.
A partire dagli Happening di New York, in cui il pubblico diventa parte dell’azione, dal teatro laboratorio di Grotowski al Living Theatre, che portò la propria esperienza anche nel teatro di Santarcangelo, il festival ha continuato nel tempo a programmare eventi caratterizzati da una matrice innovativa. Diverse furono le ricerche condotte in quegli anni e chi scrive ha avuto modo di attraversare un periodo prolifico che ha lasciato il segno.
Occorre ricordare che la manifestazione di Santarcangelo dei Teatri era diventata il centro nevralgico della sperimentazione e dell’interazione tra architettura temporanea, spazio urbano e arti performative. Negli anni Ottanta, il Festival si era distinto proprio per aver ospitato e commissionato installazioni, teatri di strada e performance partecipative capaci di rompere gli schemi e la tradizione. Erano gli anni delle proposte, dei concetti e delle installazioni legate a figure dello spettacolo come Vito Acconci, mentre a invadere l’Europa erano performance ambientali e relazionali.
Le radici dello spettacolo Goldroom si possono ravvisare anche nella lezione di Marina Abramović e Pina Bausch: il pubblico, che in un primo momento guarda, poi diviene partecipe e infine parte integrante dell’opera.
Così, nel lavoro del gruppo nanou, è il pubblico ad abitare l’opera, a vivere la danza anche attraverso l’osservazione: lo spettatore è chiamato a esserci. Ciascuno resta se stesso nella scena e agisce in modo autonomo, mentre gli stessi danzatori vivono lo spazio come se intorno non ci fosse nessuno. Talvolta si sfiorano in un lampo di interconnessione, eppure ognuno continua a essere solo con sé stesso.
C’è chi si sposta improvvisamente e continua la propria azione di mover. Una danzatrice raggiunge il loggiato che ospita una parete sulla quale le immagini catturate in diretta dal reale e i materiali preregistrati restituiscono un tempo evanescente, elaborando ritardi e presenze che creano un cortocircuito temporale. Un’altra indossa una giacca con frange che sottolineano il movimento; si ferma e il suo sguardo attraversa lo spazio come un fantasma.

goldroom - Villa Imperiale, Hangartfest
Foto: Maurizio Cocci
Un danzatore assume un atteggiamento alienato: se ne sta davanti a una parete, come se volesse proteggersi da tutto e da tutti. Indossa una giacca color amaranto e si muove convulsamente nel contesto di una coreografia pensata per interagire con il suono, le luci e la memoria, in un vortice di accadimenti che trasudano incanto.
Tutto appare sospeso. Il carattere onnivoro e ubiquo del tempo ci consegna la sua stessa inafferrabilità. C’è anche l’intervento dell’intelligenza artificiale, attraverso algoritmi in grado di manipolare il tempo e lo spazio in tempo reale. Un’azione che interviene su loop, rallentamenti e sovrapposizioni sonore e visive, trasformando il sistema percettivo. Il fine è la creazione di un altrove spaziale e temporale.
La trasfigurazione visiva e sensoriale dell’ambiente è ritmata dalle luci di Marco Valerio Amico e Lucia Ferrero, dal dispositivo scenico realizzato in collaborazione con lo studio di architettura Denara e dalla colonna sonora originale firmata dal musicista Bruno Dorella.
A terra, sparsi qua e là, ci sono tessuti e coperte dorate, come dorata era la sala da ballo dell’Overlook Hotel di Shining: una sala lucida e perfetta, ma abitata da fantasmi. Qui le coperte, nelle quali a turno i danzatori si avvolgono cercando protezione e un abbraccio, per poi liberarsene, diventano tessuti che sembrano letti disfatti, intrisi di memorie capaci di rendere visibile un groviglio interiore.
Tutto ciò che è stato e ciò che resta diventa metafora di un ricordo. Il tempo, inteso come materia instabile, in questo singolare caleidoscopio sostiene una narrazione del corpo-fantasma e dell’estetica cinematografica, nella quale a essere indagati sono i processi imperfetti della memoria umana. Le azioni si compongono, si interrompono e ritornano come frammenti discontinui.
L’esserci, compreso nella sua estrema possibilità, è il tempo stesso e non è nel tempo. Ci si trova immersi in una dimensione in cui le azioni dei performer si depositano, si stratificano e poi si dissolvono, per ricominciare in un altro modo, da un’altra parte.
I danzatori si alternano nello spazio. I movimenti, ora lenti, ora più convulsi o ripetuti, abitano un luogo di una bellezza struggente. Rimangono in assoluta autonomia, come fantasmi in una notte osservata da lontano dalla luna. Sono presenze suggestive che tessono memorie di luoghi lontani, luoghi segnati da un ossimoro di pura intensità, sfasamento e meraviglia.
I tessuti dorati vengono spostati e abitati, alimentando una continuità che è, nello stesso tempo, anche disconnessione, all’interno di una danza collettiva che vede il singolo protagonista. Gli assoli si ripetono e poi cambiano, come metafora di un eterno divenire e trasfigurazione di un reale che sfugge.
Il ritmo musicale segna il passo, entra nel corpo di chi è dentro quella vita: la carne vibra e la partecipazione non è più soltanto visiva. Una danzatrice saltella, un danzatore sembra cercare qualcosa, prende uno sgabello, lo posa e poi ne prende un altro. Figure irreali, eppure reali.
Una luce intermittente illumina il respiro di chi danza e il pensiero di chi guarda. Le persone si spostano: c’è chi parla, chi beve, chi fotografa e trasforma la scena. Si resta inglobati in una sfera di luci, suoni e movimenti, in un eterno presente allucinatorio, dove i corpi dei danzatori perdono la propria identità e sembrano spettri che si nutrono di stratificazioni.
Lo stesso continuo scambio degli abiti, ora più leggeri, ora costituiti da giacche più pesanti, sottolinea e rimarca questo aspetto, trasformando i corpi come se si trovassero in un limbo, sospesi tra materialità e pensiero, in una dimensione che ben ricalca la drammaturgia del regista di Shining.
Quando tutto ciò che accade avviene nel tempo, c’è una luce invisibile a illuminare la strada di questo viaggio e a condurci alla riflessione: è quella dell’arte. L’arte come chiave d’indagine, capace di catturarci in profondità, di superare limiti e confini, che trova la propria matrice nell’intuizione e la propria ragion d’essere nella libertà.
L’arte in cui tutto è possibile e che è, hegelianamente, la realizzazione dello spirito. L’arte che ci permette di entrare nel mistero delle cose, concretizzazione di un pensiero. Per dirla con Pessoa, un viaggio nel profondo delle cose e ritorno. L’arte che, come il sogno, ha il potere di cancellare il tempo e lo spazio e ci permette di vivere come reale ciò che reale non è, ciò che è stato e ciò che deve ancora essere.
Alla fine, ciascuno vede ciò che vuole, si nutre di ciò che sente e porta con sé quello che trova e che, forse, aveva già dentro. Perché una performance del genere diventa liberatoria: il mistero avvolge lo spirito e il farsi dell’opera ci permette di guardare dentro di noi guardando fuori.
È buio quando si apre una porta del giardino, il segnale concordato con gli organizzatori per dirci che dobbiamo lasciare il posto a un altro gruppo. Portiamo allora con noi la leggerezza e l’intensità di un’esperienza, ricordandoci che esistono verità ancora da scoprire.
Quando abbiamo sentito qualcuno dire: «È tutto bellissimo, ma in fondo che cosa c’è da capire?», la risposta è apparsa sospesa nello stesso spazio della performance.
Forse niente, forse tutto. E scusate se è poco.