[…] disorientati, scavalcati – over-looked, come la stanza d’albergo che li ospita […]

Marina Bertoni, Camera 2046, gruppo nanou, foto Lorenzo Pasini

Camera 2046

Foto: Lorenzo Pasini

[...] gruppo nanou con Camera 2046 - Overlook Hotel – secondo capitolo di un progetto pluriennale in cui la compagnia ravennate continua a esplorare il rapporto fra immaginario performativo e cinematografico, che in questa “tappa” si rifà soprattutto al Wong Kar Wai di In the Mood for Love – insiste su toni e codici propri della seduzione, di una rarefazione e leggerezza compositive che al tempo stesso affondano in una scenografia dai colori definiti e dai richiami architettonici altrettanto concreti, con un loro ben definito “peso” visivo.

Il fondo della sala del complesso di Sant’Anna, con le sue colonne, i suoi frontoni e i suoi capitelli classicheggianti, viene infatti messo in risalto dalle luci – come fosse appunto il profilo di una suite esclusiva ma un po’ decadente di un albergo metafisico.

Nello spazio vuoto più avanti la performer Marina Bertoni si aggira con un misto di grazia e di delicata incertezza, sempre però in contrasto con l’estrema pulizia e consapevolezza del gesto: un gesto, come spesso accade nelle composizioni di gruppo nanou, ondulato, che progredisce secondo regole quasi “algoritmiche”, in un certo senso autosufficiente in se stesso ma funzionale anche a catturare e dirottare in continuazione lo sguardo in modo da impedire una messa a fuoco statica e definitiva.

Sembra chiaro che in questo caso la complicità si gioca in particolare fra danzatrice e spettatori – a maggior ragione nel momento in cui nel corso dello spettacolo si produce anche una sorta di climax fra suoni, che dal crepitio di fuochi iniziali passa a musiche vere e proprie, e disegno coreografico, che dalla timidezza di partenza si chiude con l’esibizione del corpo nudo.

Ma, più sottilmente, pare instaurarsi anche un rapporto molto peculiare fra azione performativa e luci di scena, fra intenzione dinamica e illuminotecnica: i bagliori dei fari cambiano spesso di provenienza, ora di lato ora dall’alto ora quasi del tutto frontali, a modificare i due “poli d’ispirazione” della scrittura, creando atmosfere ora più astratte ora più, appunto, plasticamente cinematografiche e dai contorni vividi accentuati. Qui allora l’intimità promessa dal carattere sinuoso dei gesti sfuma nell’oscillante pluralità delle dimensioni finzionali, nell’amalgama di codici e linguaggi che a volte si fondono ma altre volte, verrebbe da dire quasi con delicata violenza, si separano come a rivelare una differente composizione chimica. Così la visione e lo sguardo spettatoriale, forse inizialmente sicuri di sé, si sentono a tratti disorientati, scavalcati – over-looked, come la stanza d’albergo che li ospita…

03/07/2026 - Francesco Brusa, Altre Velocità