Fotografare il teatro

Elio Grazioli, Doppiozero

Il gruppo Nanou ha trovato nella fotografa Laura Arlotti un’interprete d’eccezione, in cui si riconosce perfettamente. Per loro si tratta di una sintonia di intenti, di “poetica”, come si usa dire, in cui la fotografa riesce al tempo stesso a interpretare la scena che Nanou presenta e a vedervi dei tagli e dei dettagli rivelatori del lavoro che il gruppo fa sullo spazio, sul tempo e sul corpo. Il fatto è che i componenti di Nanou amano a loro volta scartabellare tra i libri e siti di fotografia e traggono spesso spunto da immagini che li colpiscono. Nella fotografia di scena, potremmo allora dire, ritrovano quella da cui sono partiti, ma reinterpretata da loro stessi. Il circolo è virtuoso.

Motel . 2nd Room ph. Laura Arlotti

Se non fossi stato a un incontro con dei gruppi teatrali, quasi sicuramente non ci avrei fatto caso, ma che cosa significa “mi sembrava di essere sulla scena di un teatro d’avanguardia”? Lo dice il protagonista di uno dei bellissimi racconti di Murakami Haruki raccolti in I salici ciechi e la donna addormentata (Einaudi, 2010) come se questo significasse qualcosa di evidente, se non di preciso, ed effettivamente è molto suggestivo. La scena del teatro d’avanguardia – accettiamo la terminologia generica – è effettivamente molto diversa sia dalla realtà che dal teatro tradizionale. Come la si deve o può fotografare allora?

Era la questione sottoposta a un gruppo di invitati, tra cui il sottoscritto, in un recente fine settimana all’Arboreto-Teatro Dimora di Mondaino, nel magnifico entroterra di Rimini .
Strehler, com’è noto, insegnava (per esempio a Mulas, che lo riporta nella sua conversazione con Quintavalle), che il fotografo si deve mettere nella precisa posizione del regista durante le prove, dodicesima fila al centro, e deve fotografare tutta la scena così come si presenta, senza dettagli né altri artifici. Fine del discorso! È il modo più corretto per restituire ai posteri e agli assenti il lavoro della regia. Ma, appunto, c’è teatro e teatro, e dunque fotografia e fotografia.

Il gruppo Nanou ha trovato nella fotografa Laura Arlotti un’interprete d’eccezione, in cui si riconosce perfettamente. Per loro si tratta di una sintonia di intenti, di “poetica”, come si usa dire, in cui la fotografa riesce al tempo stesso a interpretare la scena che Nanou presenta e a vedervi dei tagli e dei dettagli rivelatori del lavoro che il gruppo fa sullo spazio, sul tempo e sul corpo. Il fatto è che i componenti di Nanou amano a loro volta scartabellare tra i libri e siti di fotografia e traggono spesso spunto da immagini che li colpiscono. Nella fotografia di scena, potremmo allora dire, ritrovano quella da cui sono partiti, ma reinterpretata da loro stessi. Il circolo è virtuoso.


Gruppo Nanou, Motel [Faccende Personali]. Prima Stanza. Soggetto di Rhuena Bracci. Fotografia di Laura Arlotti.

Motel . 2nd Room ph. Laura Arlotti
Gruppo Nanou, Motel [Faccende Personali]. Seconda Stanza. Soggetto di Rhuena Bracci. Fotografia di Laura Arlotti.

Il gruppo Città di Ebla ha prodotto proprio l’anno scorso un libro di immagini dei loro spettacoli, realizzato con il fotografo Gianluca Camporesi e intitolato Pharmakos – Migrazioni della forma. Loro lasciano che il fotografo lavori sulla scena come loro lavorano sul corpo, perlustrandolo e percorrendolo, smembrandolo e deformandolo, se necessario. Il “pharmakos” è il veleno che è anche medicamento e questo è il rapporto accettato nell’ingestione della fotografia dentro il teatro. Il libro diventa poi uno strumento, anzi una forma – oggi si dice un medium – indispensabile per restituire la dialettica tra tempo teatrale e tempo fotografico. A noi viene però una domanda supplementare: non è che la sequenza elude un altro problema, che è quello che pone l’immagine comunque fissa, unica della fotografia? Detto altrimenti: il teatro “fa immagine”? diventa o sedimenta un’immagine? Potremmo anche dire: diventa “opera”?


Copertina del libro Pharmakos.

Il gruppo Pathosformel ha una posizione ancora diversa: non crede nella rappresentatività dell’immagine fotografica e preferisce perciò a qualsiasi forma di fotografia dello spettacolo l’uso di immagini laterali, di “materiali” che rimandano a un mondo e a un’estetica. Questa opzione è suggestiva, nel senso proprio che agisce con e sulla suggestione, lavorando per accostamento e prossimità, per montaggio. Non per niente il nome del gruppo rimanda a Aby Warburg e al ritorno delle forme per vie e tempi inattesi. La fotografia qui, aggiungo io, rimette in gioco la sua origine teatrale e il suo fine patetico (“impazzire di pietà”) ricordati da Barthes nella sua Camera chiara.

Il gruppo Collettivo Cinetico non ha una posizione sull’argomento, ma pone a sua volta un problema interessante. In una delle loro performance gli attori si comportano come automi a cui vengono dati degli ordini attraverso un dispositivo elettronico e che consistono in un’azione dopo la quale i performer si fermano di nuovo in attesa dell’ordine seguente. Ebbene, non è questo il problema dell’istante fotografico? Fissa un attimo, che prima e dopo è un’azione. Solitamente si pensa che il problema fotografico sia quello di scegliere il momento buono, cioè quello che fa comprendere l’azione prima e quella dopo; la performance di Collettivo Cinetico ci suggerisce che forse il problema è invece quale ordine esegue e quale arriverà.

Elio Grazioli, Doppiozero


gruppo nanou