Mondo immondo: visioni estatiche da Guercino. Foto: Daniele Casadio.

Fuori quadro

Foto: Daniele Casadio

Arrivati nelle due sale della Galleria Nazionale dell’Umbria in cui si svolge Fuori quadro di gruppo nanou, si è spinti a cercare l’“angolo giusto” da cui guardare. La presenza dei performer Carolina Amoretti, Marina Bertoni e Andrea Dionisi infatti colpisce come all’improvviso, mentre si percorrono con un leggero brivido d’attesa gli spazi della pinacoteca, già fitti di altre presenze – pale d’altare, sculture, capolavori dei maestri umbri del periodo rinascimentale e medievale oltre ai tetti e i campanili del centro di Perugia che si intravvedono dal terzo piano dell’edifico – che reclamano la nostra attenzione.

Così la danza – che in questo caso rappresenta un nuovo capitolo di un progetto di “con-scrittura” che la compagnia ravennate sta portando avanti da qualche anno in diverse gallerie d’arte della penisola – non “irrompe”, non si annuncia con un inizio e una fine come nel più classico meccanismo spettacolare, ma quasi si insidia nell’eccezionalità estetica di spazi già connotati e al tempo stesso nella normalità pomeridiana di una visita al museo.

Questa volontà di “adattamento”, o comunque di dialogo in un certo senso improntato a un rispettoso incanto con il contesto circostante, è testimoniato dai rimandi cromatici: disposte su due vani disposti perpendicolarmente fra loro – la nicchia quadrata dedicata alla Madonna del pergolato di Giovanni Boccati, più piccola e priva di fonti di illuminazione che non siano le porte, e la lunga sala di raccordo che conduce alle celeberrime fughe prospettiche del Polittico di Sant’Antonio di Piero della Francesca, sulla quale invece si aprono due alte finestre – le aree della performance sono delimitate da tappeti di un blu acceso, mentre i verdi e gli ori dei costumi delle danzatrici e di smisurati lenzuoli che riempiono la scena sono perfettamente in sintonia con le tinte dominanti delle pale a tema religioso.

È proprio attraverso tali lenzuoli che però, già al primo colpo d’occhio, si rompe il senso di armonia compositiva e decorativa con i dintorni: la figura di Carolina Amoretti avvolta nel tessuto, quasi a inerpicarsi dentro le sue ondulazioni, fa pensare alla Venere degli stracci di Pistoletto, e subito dà la misura di un intervento contemporaneo che dunque crea una frizione fra codici e linguaggi, fra emersione e apparizione di opere di diverse epoche storiche nel medesimo spazio.

Da questi presupposti visivi, allora, si sviluppa una coreografia tenue e di sinuosa levità, accompagnata da musiche e sonorità ambientali con qualche screzio elettronico diffuse da amplificatori disposti nei punti ciechi delle stanze. Gesti e movimenti dei tre performer procedono, sempre distesi e posati, come sulla base di una funzionalità algoritmica: le sequenze sembrano ripetersi ma a ogni ciclo ecco che vengono introdotti nuovi passaggi e piccole modifiche, che piano piano vanno a rimodulare l’intero disegno e di fatto a introdurre una minima tensione narrativa in quello che rimane uno spettacolo concepito in modo circolare, attraversabile e scomponibile “a piacimento” dal pubblico.

In più, ad aumentare il dinamismo dei piccoli quadri coreografici, i continui (benché lenti) spostamenti del trio danzante lungo due direttrici: individualmente, dall’alto verso il basso, con una sorta di “lotta” fisica che ciascuno ingaggia con i tessuti, andandovi quasi a nuotare in mezzo e rannicchiandosi nelle loro pieghe oppure liberandosene con salite verticali; collettivamente, da un punto all’altro degli spazi orizzontali, ritirandosi a passi felpati e scambiandosi di posto nelle stanze, in un’alternanza che – richiamata alla mente a posteriori, una volta usciti dalla dimensione di percezione un po’ rarefatta e di temporalità stiracchiata in cui si affonda mentre si assiste a Fuori quadro – vien quasi da definire vorticosa, sicuramente insistita mano a mano che si sviluppa la performance.

Ma, appunto, tali sensazioni derivano forse non tanto dell’intenzione coreografica in sé, quanto dal rapporto che questa instaura con il contesto e dalla posizione che noi spettatori ci troviamo a occupare in questo “scambio simbolico”, in un dialogo che si struttura e si espande in una dimensione non così semplice da afferrare, né per imitazione o simbiosi né per contrasti accesi.

Il nostro sguardo viene investito da innumerevoli stimoli: ora ci si sente di rintracciare le assonanze fra la performance e le pale d’altare, che non sono chiaramente solo cromatiche come poteva sembrare di primo acchito ma anche iconografiche, in un mutuo riscontro di cadenze; ora si è spinti a focalizzarsi solo su un danzatore, seguendone il peregrinare attraverso gli spazi per poi staccarsene, quasi in un moto di inavvertita sorpresa, quando il suo profilo si incrocia con quello di un altro; oppure esplorare le stanza della pinacoteca per trovare quei punti da cui, in un risicato ma affascinante campo visivo, è possibile abbracciare porzioni di entrambe le stanze in un colpo solo, nell’illusione di cogliere un quadro generale che però è sostenibile per brevi attimi, che infine nasconde più che mostrare e corrisponde quasi allo scrutare da uno spioncino.

In questo senso, e dopo aver provato “diverse soluzioni”, si capisce allora qual è la qualità del movimento ricercata da gruppo nanou con Fuori quadro. Le danzatrici sembrano guidate da un’intenzione coreografica, più che da un disegno o un ordito vero e proprio: o, per meglio dire, il disegno si rende visibile come risultante della coerenza interna delle intenzioni, per come si dispiegano lungo l’arco di sviluppo della perfomance che sì tende verso la narrazione, ma solo nella misura in cui si mette in rapporto col contesto e con le opere che tale contesto ospita.

Gesti, corpi e gli “stracci scenografici” che a un certo punto si fanno quasi animati svolgono la funzione di rimodulare in continuazione la nostra attenzione, che viene catturata per poi essere dirottata verso le pareti, le pale, l’architettura e ancora verso l’interno della scena, in un processo circolare di mutua risposta e controrisposta. Come spesso accade, l’“angolo giusto” non esiste – se non in quanto incessante processo di rifrazione dello sguardo, che Fuori quadro riesce paradossalmente a mettere al centro dalla nostra linea di mira con sfocata precisione.

20/06/2026 - Francesco Brusa, Altrevelocità