Ogni pratica coreografica istituisce innanzitutto una particolare ecologia del tempo, dentro la quale corpi, sguardi e relazioni possono ridefinirsi reciprocamente.

Fuori Quadro

Fuori quadro

Galleria Nazionale di Bologna

Se il tempo è l’elemento che accomuna creazione e pubblico, come scrive Valentina Romito, Direttrice Artistica di Umbria Danza Festival, allora la danza costruisce una durata abitata insieme, nella quale i corpi diventano il luogo concreto di una possibile politica dell’incontro.
Un tempo che prende forma attraverso l’azione, il movimento, l’ascolto.
Che si traduce in responsabilità civile e restituisce al corpo la sua funzione originaria di dispositivo relazionale.

Questa dichiarazione si è incarnata nelle giornate che ho vissuto a Perugia, dal 18 al 21 giugno, attraverso pratiche performative molto differenti per linguaggi, genealogie e intenzioni artistiche ma accomunate -azzardo- dall’idea che danzare significhi anzitutto ridefinire il modo in cui si attraversa il reale.

La danza da me incontrata in quelle feconde giornate non occupa semplicemente uno spazio: lo interpreta, lo mette in crisi, lo riscrive.
È proprio questa relazione stringente fra corpo e spazio il criterio che orienta le riflessioni raccolte in queste righe.

Fra i molti lavori visti, la scelta di quelli qui citati non risponde a una gerarchia di valore né pretende di restituire un panorama esaustivo della programmazione. Nasce invece dalla scelta di non analizzare creazioni già incontrate in precedenza e da una domanda critica precisa: in che modo uno spettacolo costruisce il proprio spazio?

Detto altrimenti: come lo spazio diventa drammaturgia, interlocutore, materia compositiva e generatore di senso?

Nanou, l'arte di debordare

Alla Galleria Nazionale dell’Umbria ho partecipato a Fuori quadro «evento pensato per le pinacoteche del Cinquecento e Seicento» di gruppo nanou.

Questa creazione non mette in relazione la danza con le figure dipinte, né tenta una traduzione narrativa o emotiva delle opere.
Il dialogo avviene a un livello più radicalmente elementare: quello delle campiture cromatiche, delle pieghe della luce, delle ombre, delle forme che strutturano lo spazio pittorico.
Questa coreografia dà luogo a un passaggio decisivo: dalla bidimensionalità del quadro alla tridimensionalità del corpo.
I tessuti oro, blu e bruni, distesi sul pavimento, riprendono i capolavori esposti, mentre piccoli riquadri di moquette lilla delimitano provvisoriamente il campo d’azione, come nuove cornici entro cui il movimento prende forma.
La performance assume una dimensione durational: non racconta una storia, ma installa una condizione percettiva.
Sul bordone sonoro, elettrico e granuloso che riempie lo spazio, i corpi procedono in concatenate sospensioni interrotte da improvvisi guizzi di braccia sinuose e schiene che si inarcano, da passaggi in cui il gesto sembra rapprendersi, tra i tessuti.

È difficile non pensare a Loïe Fuller: anche qui la stoffa non accompagna il movimento, ma ne prolunga la materia, trasformandosi in scia visibile, in propagazione della danza oltre il corpo.

Le tre figure danzanti cambiano periodicamente sala, senza mai toccarsi.
Talvolta affiorano sincronie o movimenti complementari, come se la relazione abitasse lo spazio intermedio anziché il contatto.
Progressivamente la coreografia eccede i propri confini: debordano i corpi e le stoffe.
Anche la pittura sembra uscire dalla cornice per occupare, finalmente, lo spazio condiviso da chi fa e chi guarda.

Conclusione: abitare il tempo, trasformare lo spazio

I lavori attraversati in queste righe suggeriscono come ciò che si è potuto incontrare all’Umbria Danza Festival non sia soltanto un’arte del movimento, ma una pratica di relazione: con i luoghi, con le memorie che essi custodiscono, con gli sguardi di chi vi assiste.
A Perugia il tempo inizialmente evocato da Valentina Romito ha trovato una forma concreta proprio nello spazio, diventato ogni volta materia, interlocutore, traccia.
Dalla polvere lasciata da una pantera immaginaria alle cornici che il corpo fa esplodere, dal baluginante abitare le possibilità della scena al campo agricolo restituito al comune andare fino al peso invisibile delle nostre responsabilità collettive, questi spettacoli hanno mostrato modi differenti di attraversare il presente.
E tutto questo è già più di tanto.
Dire grazie, almeno.

08/07/2026 - Michele Pascarella, Gagarin Magazine