L’eco della classicità nella ricerca di uno sguardo contemporaneo. Anagoor e gruppo nanou

Gianni Manzella, Art-O
[:it]Se le stanze di Motel ancora alludevano a un’intimità che inevitabilmente si faceva racconto, come suggerito dal sottotitolo stesso di “faccende personali” – di un tempo senza gesto, si era parlato allora – qui al contrario il gesto si fa tanto più visibile, denudato in qualche modo, quanto più si fa astratto il contenitore dell’azione.
[:en] If the Motel’s rooms alluded to an intimacy that inevitably became story as the subtitle “personal matter suggested” – at that time we talked about a time without gesture – here the gesture is more visible more the container of the action is abstract.
John Doe
© InFlux | Federico Fiori, Francesca Lenzi

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Qualcuno si è perso per strada o ne ha imboccata una diversa, per andare a esplorare altre zone dell’arte. Il senso di una continua proroga delle attese suscitate, e talora deluse, può aver generato nello spettatore un moto di impazienza. Ma conviene non perdere di vista quel che avviene dalle parti della nuova generazione teatrale spuntata intorno alla metà dello scorso decennio, anche con radicamenti geografici diversi da quelli più consolidati, come attesta la base creativa costituitasi per tempo nella factory della Centrale Fies, in Trentino. Dove il raffronto generazionale, al di là dell’aspetto anagrafico e di un’eventuale complicità, va in direzione di una sincronia, o di una compresenza piuttosto che in quella di un agire collettivo, ormai impraticabile. Ognuno va per la sua strada, un po’ a tentoni, e spesso anzi ogni singolo atto creativo sembra costituire un evento unico.

Il Gruppo Nanou, per esempio. L’ensemble guidato da Marco Valerio Amico e Rhuena Bracci inizia con John Doe un nuovo progetto pluriennale che sposta ancora un poco in avanti la loro ricerca di un teatro mentale. Una poltrona rossa campeggia al centro dello spazio scenico, davanti alla trasparenza di un leggero sipario drappeggiato (il debutto è avvenuto al teatro Pubblico di Casalecchio di Reno). Ed è il più evidente segno di continuità con il precedente lavoro a più stanze, significativamente intitolato Motel. Il nome John Doe, ci informano, è usato nel linguaggio giuridico statunitense per indicare una persona altrimenti sconosciuta (c’è anche l’equivalente femminile, Jane Doe). Dunque ancora ci si muove intorno a un’assenza di identità. Come nel caso dell’anonimo non-luogo evocato da Motel, l’albergo di una notte, luogo di transito per definizione. Ma a differenza di quello, qui si è cancellata l’idea stessa di un’ambientazione, intesa come uno spazio in grado di raccontare, e con essa l’eco di una quotidianità. Attorno e sopra la poltrona rossa, davanti o dietro il velo trasparente, le quattro interpreti intrecciano i loro passaggi scanditi dal movimento alterno delle luci, fra il grigiore di un controluce e il diffondersi di una macchia rossa.

Se le stanze di Motel ancora alludevano a un’intimità che inevitabilmente si faceva racconto, come suggerito dal sottotitolo stesso di “faccende personali” – di un tempo senza gesto, si era parlato allora – qui al contrario il gesto si fa tanto più visibile, denudato in qualche modo, quanto più si fa astratto il contenitore dell’azione. La breve performance lancia un amo verso un futuro evidentemente in progress. […]

Gianni Manzella, Art-O