02 Luglio 2019

Nanou e Miles Davis, tutta la potenza primordiale del linguaggio coreutico

Alessandro Fogli, Corriere Romagna
“We want Miles, in a silent way” è un lavoro riuscitissimo, che raccoglie in sé ogni potenzialità futura di linguaggio coreografico: ha in sé qualcosa della potenza primordiale; qualcosa che aggrega visibile e invisibile.
we want miles in a silent way ph. &copy Daniele Casadio - Dancer: Marco Maretti
we want miles in a silent way ph. © Daniele Casadio – Dancer: Marco Maretti

RAVENNA
Il 26 giugno scorso è andata in scena al Ravenna festival la prima nazionale di “We want Miles, in a silent way” del ravennate gruppo nanou, dopo il debutto newyorchese di un paio di mesi fa. Lo spettacolo – una delle cose più interessanti viste ultimamente da queste parti – ci riconsegna la compagnia di Marco Valerio Amico e Rhuena Bracci in quello stato di grazia già evidente in produzioni quali “Xebeche” o “ Alphabet”, in cui originalità, tecnica, idee e ricerca fanno a gara a superarsi. E sì, il Miles in questione è proprio il mito del jazz – non necessariamente quello dei due album “We want Miles” e “In a silent way”, titoli che però, uniti, sono una perfetta dichiarazione d’intenti – che i Nanou evocano più per sottrazione e rimandi che musicalmente (tanto che la sua inconfondibile tromba è elimina- ta, se non per la breve citazione finale). Prendiamo allora “In a silent way”, disco in cui non c’è melodia, nemmeno una cornice, ci sono solo vampate e assoli, groove sovrapposti su altri groove che si muovono a spirale verso lo spazio ma finiscono in silenzio: è il modo in cui Miles Davis voleva esprimere la relazione ancestrale tra tempo e spazio, mente e corpo. Per i Nanou è un invito a nozze per un affondo esattamente al centro della loro ricerca sul corpo, inteso come «corpo sonoro, corpo-oggetto, corpo luce, elementi che si situano sullo stesso piano del performer, il quale diviene segno tra i segni». La tromba di Miles allora appunto sparisce – ma i suoni di Roberto Rettura e la batteria live di Bruno Dorella compiono un lavoro di ri-composizione magnifico – per lasciar spazio, in una sorta di osmosi sinestetica, alle sue strutture sonore, alle azioni degli strumenti, al concetto di improv- visazione e performance (cardinale per Davis), il tutto trasformato dai Nanou in movimenti, linguaggi coreografici, quadri viventi, perfino colori (grazie all’aiuto di Daniele Torcellini, esperto di cromatologia), dove dimensione temporale e spaziale sembrano fondersi. I quattro danzatori in scena – Carolina Amoretti, Rhuena Bracci, Chiara Montalbani e Marco Maretti (ideatore del progetto, insieme a Amico e Bracci) – con grande rigore, regolarità calda, estrema lucidità e puntualità, agiscono seguendo esattamente il metodo “taglia-e-cuci” che Miles Davis utilizzava per ricomporre nei dischi le improvvisazioni registrate in studio, adoperandosi nel ripercorrere la propria ricerca sul movimento e su una forma metronomica, sia visivamente che musicalmente. “We want Miles, in a silent way” è un lavoro riuscitissimo, che raccoglie in sé ogni potenzialità futura di linguaggio coreografico: ha in sé qualcosa della potenza primordiale; qualcosa che aggrega visibile e invisibile.

Alessandro Fogli, Corriere Romagna


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