06/2013 - Marco Valerio Amico, Alfabeta2

Parlo di gruppi disincantati dall’idea esperienziale dei “gruppi” degli anni ’60 e ’70 perché non si parte da una utopia egualitaria, ma da una collaborazione per competenze in cui il feroce confronto determina l’opera nell’idea di non voler trovare mai il compromesso, bensì l’esattezza.

Il desiderio di ricerca di ciascuno, non credo determini una “generazione”.
Non mi sono mai riconosciuto in una generazione perché ho sempre visto e conosciuto tante lingue artistiche che coesistevano e che, spesso, percorrevano strade diverse, a volte opposte.
La “generazione” 00, anagraficamente parlando, ha portato con sé talvolta recuperi, talvolta invenzioni, talvolta sorpassi linguistici così diversi, soprattutto da un punto di vista formale, che non credo si possa raggruppare in un’univoca attività artistica.

È successo in questi ultimi 13 anni che alcune compagnie si siano auto riconosciute, non attraverso le forme, ma per metodologie. Si sono aggregate per periodi di tempo alla ricerca di confronti sul metodo. Non per corrispondere ad un’estetica comune ma per confrontarsi sull’efficacia di percorsi personali di realtà artistiche nate da principio apolidi e bastarde, sia nel linguaggio che nella formazione che nella territorialità artistica e politica.

Le informazioni, gli stimoli che oggi determinano la mia creazione derivano da più fronti, da più linguaggi e da più temporalità. Davanti, si pone sempre un‘orizzonte tendente all’infinito.

Parlo di appunti che possono contenere quadri, foto, film, suoni, musiche, sculture, zoo, pubblicità, riviste, design, architetture, cartoline, parole, siti web, chiacchiere, passeggiate in cui tutto ha lo stesso peso per comporre l’enigma che si dissocia dal rebus, perché non desidera una soluzione univoca.
L’enigma rifiuta di essere oggetto, come diceva Giacometti, perché tale identità ne determinerebbe il fallimento.
L’enigma risiede nel Paesaggio, inteso come Spazio ampio in una alterazione percettiva del Tempo.
Paesaggio desertico, che fa silenzio per rendere udibile il brusio che potrebbe precedere il rumore.
Il paesaggio si piega e si torce per avvicinare la dimensione del ricordo, lo sfasamento che la memoria produce nella rilettura percettiva dell’accaduto.
Per raggiungere questo stato, preferisco che il Paesaggio sia visto da lontano.
Se per molto tempo ho invidiato il cinema perché capace, attraverso i suoi mezzi, di riprendere il singolo dettaglio, oggi sono così stufo dei dettagli “pornografici”, dei continui primi piani di lacrime, sorrisi, seni.
Desidero vedere il particolare con distanza.
La distanza “romantica” ritrova l’erotismo perché ne ripristina la materialità del desiderio non ancora compiuto.

Sono affascinato in particolare dalla fotografia perché la percepisco come un’istantanea di un accaduto di cui non sono in grado di conoscere il pre e il post della trama. Quando guardo una fotografia ho davanti a me un vuoto della linea temporale, ho sempre la percezione di aver aperto la porta nel momento sbagliato ed essermi intromesso in qualcosa di intimo.
Penso alla foto di Diane Arbus in cui ritrae il gigante con, forse, i suoi genitori. Noto che il punto di visione, di scatto, è una poltrona di cui colgo i braccioli, per cui mi ritrovo dentro a quell’intimità.
Sono “malcapitato”, malgrado tutto, in un racconto di cui non conosco l’inizio e di cui non ho elementi sufficienti per determinare la fine.
Non desidero altro.

Ritrovo questa sensazione nei quadri di E. Hopper, nei racconti di Carver, nelle foto di Robert Frank, di Brassaï, in qualche film di Tarkovskij, in alcune colonne sonore del cinema di Gus Van Sant ad esempio.

Nello spazio teatrale ricerco continuamente questa dimensione inesausta: lo “sbaglio” di un “racconto” che non può farsi storia perché non ne ha più le possibilità. Al contempo cerco la forza di quell’imbarazzo che si crea nel sentirsi inopportuni nell’aprire quella porta nel momento sbagliato. Imbarazzo da cui non si vorrebbe uscire perché affascinante e curioso.

Il suono si fa corpo, la luce si fa paesaggio, la scena si fa coreografia e il corpo fatto tempo non più dentro se stesso e al centro della scena, ma spostato, di poco, per aprire un varco di accesso, non si impone ma si espone alla visione.

Non parlo di multidisciplinarietà, che è spesso un modo educato per mantenere separati gli strumenti. La multidisciplinarietà si sforza di continuare a contare i mezzi linguistici impiegati.

Si perdono le distinzioni di “genere”.
In primis il Teatro perde il suo “genere” per essere afferrato come dispositivo, luogo e mezzo d’incontro e fruizione.

06/2013 - Marco Valerio Amico, Alfabeta2