Nella cornice neoclassica del Ridotto del Teatro Valli, Redrum / Attraverso lo specchio del Gruppo Nanou assume una veste gotico–barocca che trasfigura lo spazio in un luogo proibito, antico.

redrum
foto: Zani / Casadio
Nella cornice neoclassica del Ridotto del Teatro Valli, Redrum / Attraverso lo specchio del gruppo nanou assume una veste gotico–barocca che trasfigura lo spazio in un luogo proibito, antico: ogni fregio, ciascuna modanatura, ogni lampada ornamentale delle pareti diventa palinsesto di un inquieto immaginario. Le luci, tese come archi infiniti, accentuano le ombre profonde, creano fenditure nella volta, sospese tra antico e moderno, alimentano la sensazione che lo spettatore stia entrando in un luogo che non esiste ma abita la memoria.
Redrum è il primo capitolo del progetto pluriennale Overlook Hotel di gruppo nanou. Il titolo richiama Shining, la densità iconica del film di Kubrick ed evoca un territorio emotivo fatto di fantasmi sottili, di ricordi labili, di sogno e desiderio intrecciati. Ma qui ciò che si disvela è il non detto, il residuo emotivo, il confine liquido tra realtà e visione. In questo Ridotto, palco e platea si annullano, l’installazione coreografica con cinque danzatori e un performer trasforma lo spazio in un organismo in movimento. Lo spettatore non siede al margine, ma è dentro, è attraversato, come se il teatro diventasse un corpo da esplorare. L’azione coreutica sfonda le barriere della scena convenzionale, mescolando il reale e l’inverosimile, invitando ogni spettatore a una mobilità dello sguardo, del corpo, del pensiero. La tecnica dei danzatori, rigorosa, quasi ascetica, si fa motore di una fisicità rarefatta. Nessun eccesso, il virtuosismo è interno, metabolizzato nel ritmo dei corpi. L’interazione tra i performer genera una topologia instabile, una costellazione che si forma e si dissolve in un ciclo incessante. In questo contesto torsioni articolari, isolation, contrazioni mirate, onde al suolo e verticalità sono affrontate con continuità. Le variazioni dinamiche tra stasi e slancio, tra piano corporeo orizzontale e spinta verticale, traducono in gesto quella fessura tra ciò che appare stabile e ciò che vacilla, tra superficie d’apparenza e profondità psichica. L’ascolto interno al gesto, la ripetizione matematica che diventa ossessione, la desincronizzazione che sfida l’occhio e lo costringe a ricalibrare la percezione, questi sono i volti della coreografia. La relazione con lo spazio è quasi ontologica: i danzatori non abitano la scena, la creano continuamente, come se la luce stessa dipendesse dalla loro presenza.
Il disegno luminoso, curato da Amico, risponde alle tensioni dello spazio: lampade ornamentali diventano fonti latenti, incastri di luce che solcano pareti coperte di tappezzeria quasi barocca, che disegnano arabeschi d’ombra; fasci puntuali che isolano singoli corpi e poi, nello stesso istante, dissolvono quelle figure nell’oscurità condivisa. Le luci gotiche non celebrano la decorazione, la evocano, rivelano linee di fuga, graffi visivi, profondità inattese. I costumi di Rhuena Bracci, sobri ma evocativi, si fondono con le tinte dello spazio, si fanno pelle riflettente della luce. Tessuti che assorbono e restituiscono tonalità liquide, velluti immaginari, superfici che si piegano agli angoli obliqui dello sguardo, neutri, assorbenti, quasi epidermici. In questo universo privo di oggetti, ogni fibra, ogni respiro diventa segno plastico. Il gruppo lavora sulla micro-coreografia dell’attenzione, il dettaglio è amplificato, il gesto minimo è portato al limite della visibilità, e lo spettatore è costretto a un atto di visione attiva, come chi scruta attraverso un oblò.
Il suono di Bruno Dorella, con frequenze oscure, risonanze che rimbombano come un’eco, aggiunge non accompagnamento, ma pressione sonora che modula il corpo, che ne rinnova il gesto. Lo spazio architettonico, le pareti, i fregi, non sono sfondo ma materia coreografica: i performer li penetrano, li sfiorano, li rendono scena di un rito sospeso. Il confine tra vero e falso si dissolve, non per svuotamento ma per permeazione: l’immagine scenica si compone davanti ai nostri occhi in modo unico, irripetibile.
Alla fine resta l’eco del gesto, la memoria del corpo, la traccia del suono, la persistenza dell’ombra. Redrum è una scrittura visionaria, non solo gesto, ma spazio e luce, memoria e visione, non racconto, rifrazione. Con la consueta coerenza estetica, gruppo nanou continua a scavare nel linguaggio, a restituire alla scena la sua qualità alchemica.