Analizzare un processo compositivo per renderlo evidente nelle sue parti; variare le gerarchie tra gli elementi per misurare, nella composizione coreografica, chiarezza e complessità; mantenere la relazione e l’equilibrio tra il rigore delle regole e la libertà dell’improvvisazione. Questi sono i criteri sui quali gruppo nanou ha lavorato negli ultimi anni, negli esperimenti di quel laboratorio di ricerca continuo che è “Alphabet”: un progetto pluriennale che esplora attraverso workshop, prove e restituzioni il lessico del linguaggio coreografico della compagnia.

We want Miles, in a silent way – © michela Di Savino – Dancers: Carolina Amoretti, Marina Bertoni, Marco Maretti
Con We want Miles, in a silent way, Nanou sembra applicare alla forma compiuta di uno spettacolo questo metodo di indagine: mettendolo al servizio di un tema di riferimento ma anche della complessità degli elementi di messa in scena. Il nome di questo lavoro, debuttato a La MaMa di New York lo scorso aprile per poi arrivare a Ravenna Festival e ora a Milano per Danae Festival, mette insieme i titoli di due album di Miles Davis, rispettivamente We want Miles del 1982 e In a silent way del 1969. E questa unione è già, sintatticamente, una dichiarazione d’intenti nella ricerca di un’essenzialità del metodo, “visibile” anche nel silenzio. Sarebbe riduttivo affermare che l’oggetto di analisi dello spettacolo sia Davis: la musica del jazzista americano sembra essere più un piano di confronto dal punto di vista della composizione, un’occasione di ricerca nell’applicare la sua struttura a quella della composizione coreografica del gruppo. Il crinale tra partitura e humus “improvvisativo” proprio del jazz emerge allora come punto di partenza e di arrivo: alla valorizzazione delle identità dei danzatori si aggiunge così la complessità della ricerca sullo spazio, sul colore, sul suono e sul movimento con gerarchie che, variando, generano diversi equilibri nello sviluppo del lavoro.

We want Miles, in a silent way – © Michela Di Savino – Dancer: Carolina Amoretti
Nel dispositivo scenico ideato da Marco Valerio Amico e dal cromatologo Daniele Torcellini, spazio e colore sono indissolubilmente legati: We want Miles è da questo punto di vista una tappa di una collaborazione che ha visto diverse fasi e momenti di ricerca, tanto nella declinazione di Alphabet intitolata “Il colore si fa spazio” (che Vittorio Fiore ha documentato sulle pagine di Stratagemmi qui) quanto nell’installazione Neverwhere. Anche Miles porta i dispositivi di ricerca sul colore di Torcellini nel sistema coreografico, entrando in relazione con una mappa che sembra definire geometrie e direzionalità: a terra due strisce di moquette colorata si incrociano definendo delle aree, mentre un piano sospeso definisce la direzionalità verticale, pronta ad espandersi in infinite linee di movimento.

We want Miles, in a silent way – © Gruppo Nanou – progetto di costruzione coreografica e definizione spaziale della scena
È una ricerca che, dal punto di vista spaziale, rimanda alle esplorazioni sull’esplosione neoplastica del cubo avviata dalle avanguardie di inizio Novecento: gli studi assonometrici del movimento de Stijl – costruzioni ipotetiche composte da piani bidimensionali proiettati nello spazio in modo asimmetrico – sembrano rivivere qui con una consistenza spaziale e percettiva impeccabile. Ma vengono alla mente naturalmente anche gli studi sul colore e gli “omaggi al quadrato” di Joseph Albers, gli “oggetti specifici” di Donald Judd capaci di definire lo spazio attraverso forme geometriche semplici, le linee e le superfici disegnate da Sol Le Witt, o ancora la sostanza spaziale data a luci e colori dall’artista statunitense James Turrell.
Il contesto “minimalista” di questi riferimenti entra in dialogo con il metodo compositivo di Nanou, ricordandoci come i segni evidenti mettano in moto riflessioni e stratificazioni di complessità. Il sovrapporsi delle informazioni, in We want Miles, vive dell’equilibrio tra le necessità coreografiche (guidate da Marco Valerio Amico e Rhuena Bracci), la costruzione – sopra citata – dello spazio attraverso il colore e la ricerca musicale, nel suono di Roberto Rettura e nelle percussioni dal vivo di Bruno Dorella. Le autorialità delle diverse “parti” sembrano incontrarsi senza che nessun elemento sia dominato da un altro. Con il cambiare delle luci e dei colori si altera la percezione dello spazio, e di conseguenza il modo di abitarlo da parte dei danzatori, nel dialogo con le percussioni. I corpi di Carolina Amoretti, Marina Bertoni, Rhuena Bracci e Marco Maretti alternano attraversamenti e coreografie che entrano in relazione con lo schema compositivo delle moquette a terra e prendono corpo in camminate circolari, attraversamenti diagonali, movimenti centrifughi e attrazioni verso il centro della scena, nel dialogo con luci e colori che amplificano e restringono lo spazio, generando profondità diverse che fanno emergere le figure.

We want Miles, in a silent way – © Michela Di Savino – Dancers: Carolina Amoretti, Marina Bertoni, Rhuena Bracci
L’indagine tra figura umana, spazio e movimento, la relazione tra linee, superfici e volumi, il rapporto tra forma e colore, sembrano dare consistenza spaziale al saggio di Oskar Schlemmer Uomo e figura artistica (1975): “le leggi dello spazio tridimensionale sono date dall’invisibile rete di linee delle relazioni planimetriche e stereometriche”. La dimensione cinetica del movimento è modificata anche dalla relazione con lo sguardo: non solo quello di un uomo in scena, che evoca la presenza/assenza di Davis, ma anche quello degli spettatori. Sollecitati dalle mutazioni determinate dal colore, interroghiamo la nostra vista (cosa ha consistenza fisica e cosa è determinato dalla nostra percezione?), e il movimento dei corpi diventa parte di un flusso continuo. E in questa stratificazione di livelli riconosciamo l’autonomia di ogni elemento, e la sua moltiplicazione.