02 Novembre 2019

We want Miles. Conversazione con gruppo nanou

Lorenzo Donati, Altre Velocità

Dopo lo speciale dedicato a Nanou sulla rivista Arabeschi, Lorenzo Donati incontra Marco Valerio Amico e Rhuena Bracci qualche giorno prima del debutto ravennate di We want Miles, ponendo loro una serie di domande sulla poetica di questi ultimi anni.

we want miles in a silent way ph. &copy Daniele Casadio - Dancer: Rhuena Bracci
we want miles in a silent way ph. © Daniele Casadio – Dancer: Rhuena Bracci

We want Miles, in a silent way, dopo una turnè a New York e il debutto estivo a Ravenna Festival sarà presentato domenica 3 novembre al festival Danae di Milano. Scrivono gli stessi gruppo nanou di essersi avvicinati «al lavoro di Miles Davis cercandone il metodo per riscrivere il proprio linguaggio: Miles, già in Kind of Blue, voleva esprimere la relazione ancestrale tra musica e danza, dunque fra tempo e spazio, mente e corpo. Per affrontare Davis, procediamo in a silent way, eliminando la tromba e sottraendo la sua musica per applicare la sua implicita metodologia e generare la danza».

La superficie del palco è disegnata con moquette chiare a forma di croce, struttura perimetrale che i corpi abitano o intersecano; la luce bagna una danza mutevole e sfuggente, i movimenti circolari, le rotazioni, gli arti perpendicolari al tronco ci paiono attratti da un centro di gravità, come corpi celesti che non possono evitare di convergere verso il centro, che poi è anche il nostro stesso sguardo. Ci sono figure che coabitano con chi balla: un uomo in abito elegante osserva silente, una ragazza in felpa e cappuccio si aggira come dopo un allenamento. S’imprime il fondo e i suoi colori fanno evaporare le figure, il verde riduce la danza a una sequenza di gesti, il blu inspessisce lo spazio come in una notte senza luna, il rosso accende le sequenze di un desiderio di cui non afferiamo la sostanza, le figure e i corpi si muovono come monadi disincarnate a cui è dato occasionalmente un contatto. Veniamo riportati a terra da un battito percussivo, un tremore del subwoofer che ci ricorda la consistenza di quei corpi, e del nostro. Si apre la tromba di Davis, scaldando l’ambiente.

Dopo lo speciale dedicato a Nanou sulla rivista Arabeschi, abbiamo incontrato Marco Valerio Amico e Rhuena Bracci qualche giorno prima del debutto ravennate di We want Miles, ponendo loro una serie di domande sulla poetica di questi ultimi anni.

Le vostre scene gradualmente sono diventate spoglie, oggi al centro campeggiano campiture di luce a croce, oppure degli schermi colorati fendono spazi ampi dove chi guarda può muoversi liberamente. Con il progetto Alphabet avete “ridato i nomi” agli elementi di base della creazione coreografica, come a volere ritrovare una sintassi, tendendo inevitabilmente più all’astrazione. Cosa è accaduto nel vostro percorso recente, e come arriva We want Miles, in a silent way?

Rhuena Bracci – In effetti dopo il progetto Motel (2008 – 2011) volevamo tornare, anche a livello scenografico, a una linearità fatta di forme, moquettes, tagli di luce e colori. Volevamo relazionare l’azione del corpo con lo spazio e con un paesaggio astratto, per fare emergere significato.
Va detto che la stessa ricerca sull’astratto si irradia su tutti gli elementi della rappresentazione, anche sul suono di Roberto Rettura e sulla canzone. Bruno Dorella lavora con noi in We want Miles, è una figura-limbo, sa essere sia astratto che narrativo, come nel lavoro con i Ronin, per esempio.

Marco Valerio Amico – Con Xebeche (2016) prima e con Alphabet poi, siamo andati in cerca dell’evidenza: afferrare un metodo, un processo per riscoprire la nostra origine, quando eravamo alle prime armi e tentavamo di confezionare un “sistema operativo” di linguaggi diversi che coesistono e collaborano per un obiettivo comune. Da questa tensione è arrivato l’incontro con Miles Davis. Davis metteva a fianco a fianco artisti con le loro operatività e autonomie, era lui a tenerle insieme in un quadro unitario.

RB – Miles aveva bisogno di creatori, persone con la stessa sua potenza creativa, non di semplici esecutori.

we want miles in a silent way - ph © Daniele Casadio - Dancer: Carolina Amoretti

we want miles in a silent way – ph © Daniele Casadio – Dancers: Carolina Amoretti, Rhuena Bracci, Marco Maretti, Chiara Montalbani

Mi interessa qualche parola in più su Alphabet e sul concetto di trasmissione che avete praticato in questi anni…

RB – Siamo partiti da un percorso interno della compagnia, rimettendo al centro gli elementi di base. Spazi, relazioni, movimento, domandandoci il perché delle cose. Perché muovo questo arto? Che nome ha questo procedere? Da qui è nata una metodologia di autosservazione che è stata portata nei laboratori, per essere trasmessa anche a danzatori esterni alla compagnia.

MVA – Perché nel dialogo del laboratorio si determina una maggiore chiarezza. Se l’informazione è esatta, la resa è immediata.
In sala prove siamo arrivati a dei livelli ossessivi. Ci dicevamo: oggi lavoriamo solo sul ritmo tralasciando il tempo e lo spazio. Però il ritmo ha a che fare con il tempo. Nascevano così discussioni lunghissime sui procedimenti!

RB – Tutt’oggi nominare gli elementi di base della creazione è fonte di fertile discussione interna: spazio, tempo, relazione, corpo.

Quale di questi elementi, in termini di notazione coreografica, si fissa per davvero?

RB – A ben vedere è la scelta istantanea della notazione coreografica a stabilire delle gerarchie. Non credo ci sia un elemento predominante a priori, ma delle gerarchie in specifici momenti.

we want miles in a silent way - ph © Daniele Casadio - Dancer: Carolina Amoretti

we want miles in a silent way – ph © Daniele Casadio – Dancer: Carolina Amoretti

MVA – Per me è lo spazio che sta informando gli altri…
We want Miles si basa su un processo di improvvisazione a partire da una struttura comune: ripetendo il materiale selezionato dall’improvvisazione, ritrovato il principio, riconosciuto l’elemento scatenante, accade che questo si fissi e venga reinnescato raggiungendo la scrittura coreografica.

RB – In We Want Miles c’è una relazione con la luce che deve essere fissata e ripetuta.

MVA – Abbiamo lavorato con la musica di Miles, osservandone le complessità e le autonomie ritmiche di ciascuno strumento e come questi si sovrapponessero determinando la complessità di quella musica. Ho chiesto ai danzatori di entrare in relazione con un solo strumento di quella complessità e di capire come mantenere il dialogo con gli altri. Abbiamo determinato una qualità che è diventata identità e ha permesso a ognuno di relazionarsi all’altro senza imitazione, senza mimesi. Il territorio del danzatore non cede verso quello di un altro “strumento” (corpo, luce, suono, spazio…), pur relazionandovisi.

RB – Dunque, tornando alla domanda, tornerei a dire che a diverse “zone” della performance corrispondono differenti dominanti. Quando c’è consapevolezza di come si organizzano tra loro tutti gli elementi, il lavoro sta funzionando. Il metodo, l’astrazione, gli elementi per costruire un panorama coreografico vengono in questo modo formalizzati e trascritti raggiungendo un livello di chiarezza che ancora non avevamo sperimentato.

Cosa vi ha spinto a “sospendere l’immaginario”, per tornare alla secchezza degli elementi compositivi?

RB – La nostra identità era centrata sull’evocazione narrativa, sullo scatenamento di immaginari. Desideravamo evidenziare come tempo, corpo e spazio riescano a narrare togliendo le esche del racconto (un divano, una sedia, una stanza ecc).

MVA – Per quanto mi riguarda, dopo Motel dovevo rinfrescare il mio immaginario. Lo scarto vero è avvenuto con Xebeche, uno spettacolo di geometrie. Il corpo ha assecondato tale libertà affermando una identità “sportiva”: in scena ci si muove secondo tragitti necessari per raggiungere determinati luoghi, senza avere in mente un’intenzione drammatica. Da qui la nostra nuova scommessa che trova in Miles un punto di partenza: Spazio, tempo, azione possono generare un immaginario narrativo, con l’intervento del colore?
Sento una grande sensazione di libertà. Così operando capisco di non avere “nulla da dire” o, meglio, è il lavoro che fa scaturire domande e risposte. Mi rimetto in sala con metodo, osservo quello che emerge e mi lascio condurre. Questo è lo stesso punto dal quale eravamo partiti con Namoro nel 2004.

Qui c’è stato anche l’incontro con il docente e cromatologo Daniele Torcellini…

MVA – La collaborazione nasce da un interesse reciproco: andando a vedere una sua installazione ci siamo accorti che lui stava muovendo lo spazio con il colore, i suoi tentativi sono una via fra arte e scienza. Ci siamo confrontati e abbiamo iniziato un percorso di collaborazione che va avanti da due anni. We want Miles è un dei risultati compiuti di una serie di esperimenti.

RB – Abbiamo cercato di traslare la sua ricerca a teatro: una corrispondenza fra proiettori, colori e superfici colorate, collocando l’attività del corpo all’interno di questo scenario fluttuante.

Fare uso della libertà, per chi guarda, è un atto in qualche modo politico. Mentre voi tornate a un alfabeto della coreografia forse anche chi guarda dovrebbe porre una domanda al proprio guardare. Quanta è complicata, oggi, una siffatta richiesta?

MVA – La messa in opera della metodologia che abbiamo raccontato serve per arrivare all’epidermide della gente, non solo al piano intellettuale. Miles Davis voleva che la sua musica fosse ballata! Come faccio a trasmettere la mia ricerca, senza scrivere un saggio? Devo cercare di essere il più chiaro possibile, di mostrare segni evidenti, devo proporre uno stare e un osservare che non si inceppi attorno tentativo di comprendere quello che sta avvenendo. Vorrei che lo sguardo cadesse in uno stato di contemplazione: abbandonare quello che si sa per disporsi alla scoperta. Un processo che difficilmente avviene coi tempi di uno spettacolo da palcoscenico, non a caso lavoriamo spesso in forma installativa… in quest’ultima dimensione mi piace che la gente chiacchieri, dorma, beva, che almeno abbia tutte queste opportunità durante l’evento immergendosi nell’esperienza.
Per attivare questa condizione relazionale, ritengo importante che le opere possano nuovamente “fermarsi”, essere presenti su un territorio a lungo, così che gli spettatori vedano, raccontino ed eventualmente consiglino, restituendo ai luoghi l’identità di punti di riferimento dei linguaggi.

Lorenzo Donati, Altre Velocità


gruppo nanou