Drodesera 09: MOTEL [FACCENDE PERSONALI] Prima Stanza – alcune riflessioni sullo spettacolo del gruppo nanou.

Matteo Antonaci, teatroteatro.it
[:it]Seppur rischiosa, lungi dall’essere una mera provocazione, l’operazione effettuata dal gruppo nanou in Motel [Faccende personali] prima stanza appare invece come la radicalizzazione di una ricerca artistica interessantissima, ulteriore passo di un percorso iniziato da tempo, un sentire il teatro come emozione continua, viva, presente, l’imbattersi in una scena diversa, in una modalità totalmente differente che è il vero frutto della ricerca.
Motel . 1st Room - ph. © Laura Arlotti - dancer: Rhuena Bracci
Motel . 1st Room – ph. © Laura Arlotti – dancer: Rhuena Bracci

a cura di Matteo Antonaci
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Al festival Drodesera 09 il gruppo nanou presenta la prima stanza di Motel [Faccende personali]. Rhuena Bracci, Marco Valerio Amico e Roberto Rettura scelgono di sottrarre l’azione dalla scena teatrale e in un limbo fatto di luci spettrali, dimensioni dilatate e immagini evocate trasformano il pubblico in testimone di un’azione che avviene altrove, di gesti folli e senza movente, di cause e conseguenze possibili, di significati diversi da esplorare. Lanciano così, nell’immagine spietata e vuota di una camera di Motel, una sfida meravigliosa al teatro e all’arte.

Il gruppo nanou agisce per sottrazione. Rhuena Bracci, Marco Valerio Amico e Roberto Rettura seguono da tempo un percorso che li ha portati nel corso dei precedenti spettacoli (Namoro, Desert-inn, Sulla conoscenza irrazionale dell’oggetto) a lavorare sulla luce, sulla dilatazione degli spazi attraverso il buio, sul corpo come forma e materia che appare e scompare, che si crea dal nulla e nel nulla si distrugge. Una grammatica che si esplicava nella danza, nel suono, nel gesto,  nel movimento del corpo e che, unita agli altri elementi, dettava drammaturgie emozionali. Utilizzando alcuni concetti che Jean-Luc Nancy esprime in L’arte Oggi, saggio contenuto nel libro Del Contemporaneo (Bruno Mondadori, 2007), potremmo dire che queste azioni, questi gesti, questa grammatica, divenivano creatori, evocatori, testimoni di mondi possibili. Ossia di qualcosa di esterno allo spettacolo stesso, possibilità di circolazione di senso (è questo il significato heideggeriano che Nancy attribuisce alla parola mondo) nelle quali Amico, Bracci, Rettura e il pubblico si trovano improvvisamente immersi. La danza e le immagini create attraverso essa servivano a portarci altrove, a svelare altri mondi, altri significati.

Risulta quasi paradossale vedere, dunque, che nel meraviglioso Motel [faccende personali] prima stanza, ultima produzione del gruppo nanou visto durante Drodesera 09, i due danzatori decidano di non danzare, di sottrarre l’azione dalla scena teatrale, di spostarla altrove, al suo esterno. Se nei precedenti spettacoli l’azione serviva a testimoniare la presenza di questi mondi possibili portandoli dinanzi agli occhi dello spettatore, ora la Bracci e Amico appaiono agli occhi del pubblico come osservatori, ulteriore pubblico di qualcosa che sta avvenendo altrove.

Al centro del palco è riprodotta una stanza piccola, fredda e anonima: un tavolo coperto da una tovaglia, due sedie bianche, una gabbia per gli uccellini, un tappeto. La stanza è illuminata da una luce bianca e spettrale che ne altera le dimensioni, ora rimpicciolendo ora ingrandendo gli oggetti. Un uomo in tuba e giacca nera entra in scena. Con la testa abbassata scivola sul palco. É un suggeritore che si porta appresso un gobbo, ossia un cartellone, sul quale presto farà apparire delle parole. Lo spettatore è invitato a guardare, a specchiarsi nella scena, ad esserne partecipe, ma, sul gobbo, una freccia indirizzata verso l’esterno del palco suggerisce che può farlo solo perché ne è fuori. Da questo momento ogni gesto dei due danzatori sarà semplicemente un guardare, un ascoltare, un percepire qualcosa che avviene fuori dallo spazio performativo: in alto, in basso, alle spalle del pubblico, dietro le quinte, sotto terra, in un’altra dimensione temporale, nei ricordi, nella memoria, nel passato, nel futuro. Un qualcosa che avviene e che non possiamo vedere ma del quale sentiamo l’immediato riverbero sulla scena. Sottratta l’azione, il gruppo nanou, lascia sul palco la pura e semplice testimonianza. Si limita ad osservare qualcosa, ossia una possibilità di mondo, una possibilità di circolazione di senso, che è fuori, che è nella luce che si accende sotto il tavolo, che è nei punti sui quali i due danzatori fissano lo sguardo, o nei suoni che sempre rievocano qualcosa di esterno, ma che mai viene svelato. E’ soltanto attraverso il ruolo del pubblico che lo spettacolo può concludersi. Perché è sempre lo spettatore ad avere nelle mani la chiave della visione. Egli guarda qualcuno che guarda altrove e soltanto attraverso questo guardare può giungere alla conclusione che quell’altrove esiste, c’è, ed è proprio lì che avviene l’azione. Il pubblico vede i due danzatori inginocchiarsi a terra, su un tappeto, li vede stringere le mani in segno di preghiera e guardare continuamente alle sue spalle. Sente il rumore di una nave e di gabbiani. Allora sa che alle sue spalle c’è un mondo composto da una nave in partenza e da gabbiani che volano nel cielo. Sa che quel mondo è lì perché guarda chi sta guardando quel mondo.

Questo processo è innescato dal gruppo nanou in una drammaturgia nulla, quasi un noir, un giallo senza assassino e senza vittima. Ogni azione è senza movente ma è anche conseguenza di qualcosa che è avvenuto all’esterno del palco, qualcosa che nonostante tutto abbiamo la sensazione di percepire attraverso l’immagine costruita sulla scena con l’aiuto del sound designer Roberto Rettura. Ossia quella stanza livida di cui si parlava in precedenza, immagine bucata, priva di senso, pura estetica che richiama in maniera inequivocabile le immagini di Gregory Crewdson ma anche certe atmosfere dei film di Lynch e dei racconti di Agota Kristof. E’ un luogo intermedio, un inter-mondo intorno al quale le cose accadono, una gabbia nella quale i due danzatori sono rinchiusi, ma anche una finestra, l’unica, dalla quale poter guardare il mondo che li circonda, l’unica attraverso la quale il pubblico può finalmente divenire testimone, quindi creatore, quindi artista di questo mondo. Fino a quando ombre, figure misteriose come una donna vestita di rosso o ancora una volta l’uomo in tuba nera appaiono in scena per pochi secondi, restituiscono alla scena l’azione e ne riprendono il possesso, la stringono nelle loro mani e la sottraggono allo spettatore. Così chi guarda ridiviene semplice pubblico mentre, come un lampo, un mondo si accende, si svela, si presenta, per andare via immediatamente.

Seppur rischiosa, lungi dall’essere una mera provocazione, l’operazione effettuata dal gruppo nanou in Motel [Faccende personali] prima stanza appare invece come la radicalizzazione di una ricerca artistica interessantissima, ulteriore passo di un percorso iniziato da tempo, un sentire il teatro come emozione continua, viva, presente, l’imbattersi in una scena diversa, in una modalità totalmente differente che è il vero frutto della ricerca, che è ciò che il teatro di sperimentazione dovrebbe realmente essere, che, infine, è ciò che fa del gruppo nanou, uno dei gruppi più interessanti e innovativi della scena teatrale italiana.

Matteo Antonaci, teatroteatro.it


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