Premesse sul presente

Mi piace scrivere condizioni e regole coreografiche capaci di scatenare (togliere le catene) ai fantasmi, a tutto ciò che può avvenire e sperare che accada qualcosa di inatteso. Cerco l’evidenza di un accadere che non abbia bisogno di essere spiegato.
Negli ultimi tempi, mi ritrovo nuovamente nelle Stanze, quelle che vennero definite dal 2008 con il nostro 1 progetto Motel, che poi si trasformarono in una installazione Strettamente Confidenziale e che ora si ripresentano con l’Overlook Hotel di cui redrum ne è stato il primo passo: dispositivi minimi e minimali fatti di corpi e segni nello spazio, qualche colore, molte ombre, possono essere guardati da lontano o attraversati. Il punto di vista che cambia.
Mi piace offrire la libertà a chi osserva perché possa scegliere il suo punto di vista, magari ravvedersi durante la sua permanenza, cambiare posto e prospettiva perché rapito da una nuova curiosità trovata lì, nell’istante. Che cosa bella quando accade, perché quella persona si è presa la sua responsabilità, ha dato spazio al suo desiderio di guardare diversamente le cose.
L’importanza di essere dal vivo, in presenza, per scatenare.
È la necessità di celebrare il corpo tra i corpi.
Si pone un problema sull’archivio, senza retorica. Registrare i video di queste azioni comporta ripensare un atto creativo perché il video, per come lo si conosce in teatro, risulta solo un promemoria; per questo l’incontro con Daniele Casadio è importante: lui che fotografa, che cerca lo scatto esatto, con il digitale si permette di cercalo continuamente. Io, che per divertimento, ho messo in fila le foto, le ho fatte scorrere come se fossero una vecchia pellicola a 11 fotogrammi al secondo. Ne è nata una memoria più aderente. Ne è nato un modo di raccontare quanto accaduto seguendo un diverso linguaggio.

Motel - Prima stanza

Motel - Prima stanza

Foto: Laura Arlotti

Motel - Seconda stanza

Motel - Seconda stanza

Foto: Laura Arlotti

Motel - Anticamera

Motel - Anticamera

Foto: Laura Arlotti

Condizioni

Il corpo deve generare e rivelare spazio.
Ogni regola dev’essere incarnata.
Trovare l’equilibrio tra razionalità e irrazionalità, che sia nel corpo di chi danza, che sia nel corpo di chi guarda, che sia nel mio corpo che conduco il lavoro.
Stabilire un percorso con ogni danzatore e ogni danzatrice per generare le qualità corporee. Ogni qualità dev’essere diversa, così come ogni strumento in un’opera sinfonica contribuisce alla chiarezza complessiva.

Regole di base per cominciare a osservare e trovare nuovi materiali, scatenare (togliere catene):
stabilire un percorso;
l’inizio del percorso deve coincidere con la fine;
nel percorso deve esserci almeno una diagonale che percorra tutto lo spazio;
deve esserci almeno una figura chiusa (un quadrato, un cerchio…) ripetibile n volte per determinare un territorio nel tempo e nello spazio.
Ogni traiettoria è una curva. La diagonale del percorso appare come una retta solo perché appartiene a una circonferenza troppo grande per poterla vedere interamente.
Corpo, corpo luce, corpo suono, corpo scena.
Tutti gli elementi agiscono insieme e compongono l’andamento scenico in relazione fra loro.
Tutti gli elementi sono attivi dai primi giorni, seppur in forma embrionale, già segni tra i segni così che il corpo si misuri con gli altri corpi e senta, da subito, il dialogo tra la sua presenza e gli altri corpi scenici.

Strettamente confidenziale

Strettamente confidenziale

Foto: Zani / Casadio

redrum

redrum

foto: Zani / Casadio

Stanza

La Stanza (di un hotel) è un luogo familiare e al contempo disabitato. È ricca di memorie (di altri). Le Stanze di cui parlo hanno sempre qualcosa di confortevole e ospitale, allo stesso tempo qualcosa di conturbante. La Stanza si nutre del luogo che la ospita. La Stanza prende evidenza drammatica con un primo segno, che sia un vuoto, una luce, un tessuto, un corpo, un suono. In quella prima genesi si definisce la sua identità.

Lo spazio non è mai neutro. Il neutro non esiste.

Mi piace entrare in spazi che hanno già delle loro identità, come i palazzi antichi o gli ampi hangar industriali. Prendermi il tempo di osservarli e scegliere il primo dettaglio da cui scatenare i fantasmi. Ho imparato a guardare la luce naturale, se presente, come prima guida per osservare la caratteristica del luogo.
Lo spazio come luogo sensibile, capace di cambiamento: porre un arredo, lasciare una finestra aperta, accendere una luce, cambiarne il colore, determinarne un ritmo (il ritmo sono accenti che si rivelano nel tempo capaci di rivelare piccoli eventi evidenti). Un tessuto disteso nel tempo finché diventa campo e campitura. Una luce si muove lentamente per spostarne il peso. La variazione cromatica della luce ne cambia la percezione, la dimensione, la densità. È necessaria una distanza fra i colori del tessuto e il vestito del corpo che vi si pone sopra. Blu e Oro. Un suono apparentemente costante cambia da 4/4 a 5/4, non mi permette di ritrovarmi nell’accento che torna. L’attesa di quel battito è disattesa, di poco ma disattesa.
Mi piace dare dei nomi alle Stanze. Do i numeri con un piccolo senso, a volte segreto, a volte banale. 208, 237, 2046 … A volte definisco dei colori (redrum).

Ospite

Il pubblico è la parte mobile della stanza. Desidero invitarlo lasciando la libertà di entrare e di uscire, di avvicinarsi. Desidero chiamarlo Ospite. Desidero che abbia la possibilità di scegliere il proprio punto di vista e di poterlo modificare nel tempo. Mi piace quando ho la possibilità di offrirgli da bere per farlo sentire accolto e benvenuto.

Paradiso

Paradiso

Foto: Daniele Casadio

Paradiso

Paradiso

Foto: Lorenzo Pasini

Strettamente confidenziale

Paradiso

Foto: Emma Graziani

Tempo

«Il mio tempo è il disordine del ricordo.
Il mio ordine temporale è il disordine del ricordo e l’urgenza del desiderio. 2 »

Desidero una installazione che possa non concludersi mai per ritrovarla sempre lì, ogni volta che desidero entrarvi. 3 Come sarebbe bello poter costruire un lavoro che si appropri dei tempi di una mostra in un museo così da diventare punto di riferimento per un territorio, richiamo e appuntamento nel tempo e nello spazio.

Composizione

 «Iniziare sempre da uno stesso punto con la stessa azione per trovare ogni volta un accadimento, un presente e rivelare una diversa soluzione. 4»

Mi interessa la composizione coreografica che possa avvicinarsi al ricordo di un sogno in cui presente, passato e futuro coincidono, in cui tutte le strade sono possibili e capaci di apparire nella loro contemporaneità.
Generare nel corpo la condizione per cui il corpo sia in grado di sovrapporre due o più registrazioni di una stessa coreografia e abbia la capacità di rendere visibile le scelte e gli echi di ciò che sarebbe potuto essere.

«Siamo nel sonno senza dormire, siamo nella voluttà infantile dell’addormentato. 5»

«Curioso progetto sognarsi, rendere percettibile un sogno che ridiventerà sogno, in altre teste. 6 »

Non esiste un “prima” e un “dopo” lineare. Esistono ritorni, echi, riprese che non cercano citazione ma continuità. L’azione precedente è un riferimento che ricolloco nel tempo e nello spazio. La memoria come disordine del tempo. Questo mi interessa.

Esodo

Esodo

Foto: Daniele Casadio

Esodo

Esodo

Foto: Daniele Casadio

Esodo

Esodo

Foto: Daniele Casadio

Luogo (dove dare inizio e approfondire)

Chiedo all’edificio di essere un organismo: nessuna platea, nessun fronte privilegiato, luci non teatrali ammesse, rumori non scenici accolti se servono. Tutto lo spazio è praticabile. Tutto lo spazio è con pavimento di legno flottante grigio.
Desidero far entrare la luce del sole perché si sovrapponga alla luce elettrica.
Desidero un luogo con delle finestre. Dei lucernari vanno bene. Devo poterli aprire e chiudere a piacimento e trovando tutte le variazioni possibili e impossibili.
Mantengo la porta di ingresso socchiusa perché chiunque lo desideri possa sbirciare, magari entrare con garbo e curiosità.
Ci dev’essere un bar, sempre aperto e che dia accesso allo spazio di lavoro. Ho visto un teatro a Tblisi che per biglietteria aveva un bar che si affacciava, al contempo, sul foyer e sullo spazio scenico. Era perfetto.
Un luogo che sia punto di riferimento dove si desideri incontrarsi per chiacchierare, stare insieme, confrontarsi e, magari, avere l’occasione di guardare qualcosa che si sta compiendo.

Alphabet et ultra

Alphabet et ultra

Foto: Daniele Casadio

Alphabet et ultra

Alphabet et ultra

Foto: Lorenzo Pasini

Alphabet et ultra

Alphabet et ultra

Foto: Daniele Casadio

Conclusione

Entrare in un luogo. Prendersi il tempo per osservarlo e capirne gli equilibri e i disequilibri.
Posare un oggetto, una luce, un colore fino a determinare un territorio.
Spostare quel territorio, un poco, una deviazione che non lo cancelli ma lo rinnovi.
Rivoluzionarlo, cambiarlo, trasformarlo. Prendersi tutto il tempo che ci è concesso e non lasciarsene scappare neanche un secondo. Apire quel luogo e quel tempo a chiunque e il più possibile, senza riserve, senza pudori.
Lasciare che tutto si dissolva perché la traccia di quanto accaduto sia un’impronta, una traccia nella memoria. Documentare tutto perché l’archivio possa farsi nuova opera.
Ricominciare a immaginare tutto da capo, tutto nuovo, tutto diverso perché c’è stato il tempo di osservare e di cogliere nuove possibilità.

2025/12 - Marco Valerio Amico, Teatro Akropolis. Testimonianze ricerca azioni - VOL. XVI
1.

gruppo nanou, il nucleo artistico che ho fondato insieme a Rhuena Bracci e Roberto Rettura. Ad oggi ne sono parte artistica stabile (in ordine alfabetico): Carolina Amoretti, Marina Bertoni, Rhuena Bracci, Andrea Dionisi, Bruno Dorella, Agnese Gabrielli e Marco Maretti.

2.

Taccuino personale, 23 marzo 2025. Appunti su nuovo progetto.

3.

Non credo che i danzatori e le danzatrici della compagnia siano molto d’accordo su questo punto. Ah.

4.

Taccuino personale, 23 marzo 2025. Appunti su nuovo progetto.

5.

Frammenti di un discorso amoroso, Roland Barthes – Einaudi Tascabili 2001 p.13.

6.

Il funambolo, Jean Genet – Biblioteca Adelphi 1997 p.116.