“La scena non è decorazione. È una funzione che intreccia suono, luce e corpo. È la casa che scegliamo, abitiamo e apriamo quando invitiamo qualcuno”

Prima Stanza, progetto Motel

Motel - Prima Stanza

Foto: Laura Arlotti

Ravenna è una città incredibile. Perché ci siamo stati tutti una volta nella vita senza guardarla con la giusta attenzione. Così, appena abbiamo la fortuna di tornarci, ci scopriamo irrimediabilmente rapiti: perché capiamo non si sa bene come di trovarci in quella che fu la Capitale di un immenso Impero, perché sentiamo di camminare sulle stesse strade percorse nei secoli dai grandi artisti e personaggi della storia, o forse perché ad ogni passo si schiude di fronte ai nostri occhi un orizzonte differente, ogni svolta rivela un gioiello inaspettato, incastonato in questo tessuto vivo quasi a preservarne la bellezza. Non è un caso se proprio a Ravenna risiede una delle Compagnie più originali e visionarie della scena italiana: gruppo nanou, o più semplicemente Nanou, che a distanza di più di vent’anni dalla sua nascita rappresenta un unicum nel panorama nazionale (e non solo) grazie alla sua capacità di trascendere la forma spettacolo e le sue consuetudini per dare vita a un teatro fatto di visioni, installazioni viventi e spazi abitati, dove ovviamente giocano un ruolo centrale la scenografia e le luci. Abbiamo incontrato i suoi fondatori, Marco Valerio Amico e Rhuena Bracci, immersi nella preparazione del nuovo lavoro goldroom, secondo capitolo del progetto Overlook Hotel, che arriverà in anteprima a Milano negli spazi di BASE il prossimo 23 maggio e debutterà a inizio giugno in prima assoluta negli spazi del Mercato Coperto della città romagnola all’interno della 37° edizione di Ravenna Festival. Prima, Nanou sarà il 21 e il 22 marzo all’Auditorium Santa Cecilia di Perugia e il 29/30 aprile negli spazi di Cango (il Centro Nazionale di Produzione della Danza diretto da Virgilio Sieni) con il capitolo precedente, redrum.

Motel - Seconda Stanza. Foto: Laura Arlotti

Motel - Seconda Stanza

Foto: Laura Arlotti

Ci raccontate come nasce Nanou? Ma soprattutto: com'è che sopravvive ancora in questi tempi difficili per la ricerca?

Rhuena: Alla prima domanda lascio che risponda Marco visto che il tutto nasce da un suo primo impulso/necessità. Sopravviviamo facendo di necessità virtù, del limite uno stimolo, sotto tutti i punti di vista: dall’aspetto creativo a quello amministrativo a quello relazionale tra di noi e con i collaboratori. Ci sono stati e ci sono certamente periodi in cui un ricalcolo è necessario, guardarsi e valutare se la necessità è ancora viva e se ha un rapporto fruttuoso con le difficoltà… spesso l’incontro con collaboratori estremamente disponibili a seguirci (intripparsi con noi) nella ricerca è uno stimolo che fa la differenza.

MV: Nasciamo nel 2004. Ero molto critico verso ciò che mi circondava e volevo capire se sarei riuscito a dare forma a quello che avevo in testa. Ho coinvolto Rhuena e Roberto (Roberto Rettura ndr.) in questo azzardo, ognuno con le proprie competenze e con il proprio corpo. È nato così Nanou: una persona collettiva, sintesi viva di chi la attraversa e la costruisce nel tempo. Oggi questa identità artistica collettiva è determinata, oltre che da noi due, dalla collaborazione stabile con Carolina Amoretti, Marina Bertoni, Andrea Dionisi, Bruno Dorella, Agnese Gabrielli e Marco Meretti.

Motel - Anticamera. Foto: Laura Arlotti

Motel - Seconda Stanza

Foto: Laura Arlotti

L'immaginario di Nanou attinge abbondantemente dal cinema: perché questo legame?

Rhuena: Credo che il legame con il cinema emerga maggiormente nella comunicazione ma ha lo stesso valore e presenza del legame con la fotografia, l’arte visiva, la “musica” etc….NON mi occupo della parte della comunicazione di Nanou ma forse questo legame che emerge con il cinema, più chiaramente di altri, ha a che fare con una maggiore facilità d’essere raccontato e di costruire rapidamente un possibile immaginario comune…suggerimento di un paesaggio su cui costruire la propria esperienza di fruitori.

MV: Dal cinema abbiamo sempre preso un riferimento compositivo. Un certo cinema che lavora su regia, fotografia, montaggio e suono come elementi in dialogo, senza gerarchie, per costruire forme capaci di uscire dai generi. Mi interessa quell’idea di composizione come architettura. Rivolgersi al cinema – come all’arte visiva – significa cercare strumenti per il linguaggio che pratichiamo e rendere fertile ciò che è improprio, eterodosso. E poi c’è un dato semplice: i film si possono rivedere, studiare, analizzare. La loro riproducibilità li rende un laboratorio continuo.

1914 - Strettamente Confidenziale ph. Daniele Casadio, Fabrizio Zanii @ Palazzo Rasponi dalle Teste, Ravenna Festival

Strettamente confidenziale

Foto: Zani / Casadio

Come lavorate sulle scenografie dei vostri lavori, dall’ideazione alla realizzazione?

Rhuena: Ah! Resta la piacevolezza e il divertimento del recupero rapido nelle sale attigue alle varie sale prova, di detriti, reperti, oggetti, indizi, indumenti d’altri durante le sessioni di improvvisazione e produzione. Parallelamente c’è un lavoro di cesellatura e selezione rispetto all’immaginario, al paesaggio di cui sopra. In ultimo i due piani vengono passati al setaccio, precisati e restano le scene, gli oggetti che mostrano già una stratificazione di senso.

MV, credo sia opportuno parlare del rapporto/apporto personale e degli stimoli reciproci nei casi in cui c’è stato uno scenografo o un artista dietro - vedi la camera verde di Strettamente confidenziale di Paola e Giovanni (Paola Villani e Giovanni Marocco ndr.), vedi il Cubo della terza Stanza di Giovanni (Giovanni Marocco ndr.), vedi il rapporto con Alfredo (Alfredo Pirri ndr.) che è un artista visivo.

MV: La scena è spazio ed è corpo, come il corpo lo è per la coreografia e la vibrazione per il suono. Lo abbiamo capito da subito. Gli elementi scenici devono essere materia coreografica, spazio generativo. Gli arredi di Motel, la nostra prima trilogia costruita scenicamente con Antonio Rinaldi e Giovanni Marocco, hanno informato il corpo, ne hanno modificato il comportamento. Il parallelepipedo di Sport costruito con Claudio Angelini di Città di Ebla per dare la possibilità di costruire il corpo sospeso e in volo nella ginnastica artistica. Lo spazio di Alfredo Pirri in Paradiso ha determinato luce e azione corporea: una superficie riflettente attraversata da pubblico e danzatori, la perdita dei parametri di sopra e sotto, uno slittamento dell’equilibrio. La scena non è decorazione. È una funzione che intreccia suono, luce e corpo. È la casa che scegliamo, abitiamo e apriamo quando invitiamo qualcuno.

redrum - gruppo nanou

redrum

Foto: Zani / Casadio

Assistere a un vostro lavoro significa prenderne in qualche modo parte, entrando in una dimensione privata, intima: che ruolo ha lo spettatore nel dispositivo di Nanou?

Rhuena: Il tentativo primario per me in questo periodo è accorciare la distanza percettiva tra fruitore e attore. È certamente un venirsi incontro, non solo con occhi e pensiero. Tutto l’impianto va in questa direzione. Chiediamo un avvicinamento agli attori, un avvicinamento fine, non esclusivamente spaziale. Il tentativo è di condividere lo stesso stato, non solo lo stesso luogo, facendo sì che anche lo spettatore rifondi il suo stare in presenza.

MV: Mi sto interrogando molto sulla quantità del pubblico. C’è una bellezza nello stare in molti e una bellezza nell’essere in pochi. Sono esperienze diverse. Da un lato l’“io c’ero”, il riconoscersi nel tempo dentro una memoria condivisa. Dall’altro l’intimità della scoperta, quella sensazione di privilegio nel vivere qualcosa in modo più ravvicinato. Due modalità. La domanda che mi pongo è: come farle coesistere nello stesso evento? È lì che oggi cerco una relazione rinnovata con lo spettatore.

Nel vostro ultimo progetto Overlook Hotel, avete ancora una volta mescolato formati e generi, tra danza, performance, installazione e musica: la contaminazione è un valore aggiunto o l'unico modo del teatro per essere attuale?

Rhuena: Certamente è il modo che noi conosciamo per fare questo lavoro, tentare di essere efficaci e far si che creatività generi creatività in un circolo virtuoso generativo e rigenerante. Ci tengo a inserire in questi ambiti di stimolo anche gli incontri con i collaboratori, che portano altro/altri bagagli di informazione, scambio, stimolo. Il lavoro che tendiamo a fare non prevede “interpreti” e il risultato è sempre fortemente formato e informato da tutte le peculiarità che concorrono a tenerlo in equilibrio.

MV: Ho sempre mal sopportato i generi, in tutte le arti. Per me passare da un linguaggio all’altro è naturale. Mi nutro di tutto: museo, cinema, concerto. Se queste esperienze possono convivere nello stesso gesto artistico, allora coincidono con un desiderio preciso. Non vedo perché separarle.

Siete una delle compagnie "storiche" della ricerca in Italia, e avete sicuramente segnato lo spettacolo dal vivo negli ultimi vent'anni, anche più di quanto spesso si riconosca: ci fate qualche nome di artisti emergenti da tenere d'occhio?

MV: È un momento complesso per l’originalità artistica. Quando mi sono avvicinato alla danza, alla fine degli anni ’90, sembrava uno spazio aperto, senza regole, attraversato da un’energia di invenzione. Oggi spesso i sistemi di programmazione cercano generi riconoscibili, numeri, risposte prevedibili. I numeri vengono confusi con il valore. Ci sono giovani che provano a forzare questi margini. Tra queste esperienze, mi hanno colpito per libertà e follia “Armonika”, un gruppo che incrocia musica e azione performativa in formati fuori dal comune. Nascono a Milano e si stanno trasferendo a Ravenna (almeno in parte). Non li troverete in teatro. Non ancora. Seguiteli. Ravenna, ancora una volta, è un piccolo laboratorio.

20/03/2026 - Matteo Torterolo, Elle Decor